Edilizia, la Corte Costituzionale boccia la Sardegna di Todde: il “Governo dei migliori” non ne azzecca una
La Corte Costituzionale ha emesso il suo verdetto, e per la giunta Todde è un’altra sentenza impietosa. Con la pronuncia numero 86 depositata oggi, la Consulta ha fatto a pezzi sette disposizioni cardine della legge regionale sarda numero 18 del 2025 in materia edilizia e urbanistica, quella stessa legge che la maggioranza di centrosinistra aveva presentato come un fiore all’occhiello della propria azione di governo.
Il risultato è inequivocabile: sette dichiarazioni di illegittimità costituzionale, a cui si aggiungono ulteriori censure dichiarate inammissibili per motivazione carente. Un bilancio che racconta non solo errori tecnici, ma una sostanziale incapacità di misurarsi con i vincoli che lo statuto speciale sardo impone persino nell’esercizio della competenza legislativa primaria in materia di edilizia e urbanistica.
Una dopo l’altra, le norme “del Governo dei migliori” cadono.
Il primo colpo riguarda la definizione di ristrutturazione edilizia. La legge regionale aveva stabilito che qualunque ampliamento volumetrico realizzato all’interno della sagoma esistente di un edificio fosse da considerare automaticamente ristrutturazione, con tutto ciò che ne consegue in termini di titoli abilitativi necessari. La Corte ha liquidato la norma senza appello: quel meccanismo automatico contrasta con la disciplina statale, che subordina gli aumenti di volume a condizioni e limiti precisi e che richiede, per tali interventi, il permesso di costruire anziché la semplice SCIA. Una norma, dunque, che avrebbe consentito trasformazioni significative del territorio con procedure semplificate, in barba alle garanzie previste dal testo unico sull’edilizia.
Altrettanto netto il giudizio sulle norme che ridefinivano la totale e la parziale difformità degli interventi edilizi attraverso soglie quantitative rigide: superato il trenta per cento di incremento volumetrico, scatta la totale difformità; al di sotto, no. La Consulta ha spiegato che un simile automatismo è incompatibile con la normativa statale, che richiede invece una valutazione qualitativa caso per caso. Il rischio concreto era che abusi edilizi anche significativi sfuggissero alle sanzioni più severe previste dall’ordinamento nazionale.
Sanatorie e sicurezza ferroviaria, altri due fronti aperti.
Bocciata anche la norma sulla sanatoria degli abusi maggiori. Il legislatore regionale aveva immaginato che chi chiedeva un titolo in sanatoria potesse, nel frattempo, eseguire lavori correttivi per mettere l’immobile in regola. La Corte ha ricordato che la normativa statale non lo consente: per gli abusi più gravi, la sanatoria è possibile solo in presenza di una doppia conformità già esistente, non costruita artificialmente dopo il fatto.
Particolarmente grave, sul piano della sicurezza pubblica, la censura relativa alle distanze dalle linee ferroviarie. La legge sarda aveva previsto che gli interventi di riqualificazione energetica potessero essere realizzati in deroga automatica alle distanze minime di trenta metri dal nastro ferroviario stabilite dalla normativa statale. La Consulta ha tagliato quelle due parole, “e ferroviario”, dichiarandole incostituzionali: la deroga a quella distanza non può essere concessa per legge, ma deve essere valutata caso per caso dalle autorità competenti, tenendo conto delle esigenze di sicurezza. Non è un dettaglio tecnico: è una norma pensata per proteggere la vita delle persone in caso di incidenti ferroviari.
Diritto alla salute e parcheggi: altre due bocciature.
La Corte ha poi annullato le disposizioni che permettevano deroghe generalizzate ai requisiti igienico-sanitari di aeroilluminazione degli alloggi, cioè ai parametri che regolano quanta luce e aria naturale deve essere garantita nei locali abitativi. Il richiamo all’articolo 32 della Costituzione, che tutela il diritto alla salute, è inequivocabile: quelle prescrizioni non possono essere derogate in via generalizzata da una regione, nemmeno a statuto speciale.
Infine, è caduta la norma sui parcheggi. La legge sarda imponeva la dotazione minima di parcheggi anche nei casi di cambio di destinazione d’uso all’interno della stessa categoria funzionale, per esempio da un negozio a un ufficio, o da un appartamento a un altro. La normativa statale del 2024, invece, ha espressamente eliminato quell’obbligo in questi casi, nell’ottica di semplificare le trasformazioni urbane nelle zone già edificate.
Il quadro d’insieme: una legge mal scritta.
Ciò che emerge dalla lettura della sentenza è un quadro desolante. Non si tratta di qualche sbavatura tecnica o di una scelta politica che la Corte ha giudicato inopportuna: si tratta di norme che, in più punti, non tenevano nemmeno conto dei limiti che lo stesso statuto speciale sardo impone alla potestà legislativa regionale. La Consulta lo dice esplicitamente: le regioni a statuto speciale, pur godendo di una competenza più ampia di quelle ordinarie, devono comunque rispettare le norme fondamentali di riforma economico-sociale stabilite dallo Stato. Ignorarle non è un atto di autonomia, è un errore.
A salvare parzialmente il bilancio della giunta sono rimaste le norme sugli immobili condonati e quelle sulla demolizione e ricostruzione nei centri storici, che la Corte ha interpretato in modo da renderle compatibili con la disciplina statale. Poco, in un contesto in cui sette disposizioni sono state cancellate e altre ancora dichiarate inammissibili perché nemmeno motivate adeguatamente nel testo della legge.
Una débâcle normativa (nulla di nuovo) che lascia il settore edilizio sardo in uno stato di incertezza e che solleva una domanda difficile da eludere: chi ha scritto questa legge, e con quale competenza?
foto © Corte costituzionale
