6 Settembre 2026
Sardegna

Economia italiana in bilico: le tensioni geopolitiche rischiano di strozzarla

L’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele all’Iran a fine febbraio ha riaperto uno dei fronti più temuti dai mercati energetici globali. La chiusura, anche solo parziale, dello Stretto di Hormuz, arteria attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale, ha già prodotto effetti immediati sulle quotazioni: il Brent ha superato i 100 dollari al barile per la prima volta dal 2022, dopo una media di 71,1 dollari a febbraio. Il gas naturale, che a inizio anno aveva registrato una flessione, ha invertito bruscamente la rotta nei primi giorni di marzo.

La forte volatilità delle borse segnala che i mercati non hanno ancora incorporato l’ipotesi di un conflitto prolungato. L’entità del danno economico dipenderà dalla durata della crisi e dall’eventuale compromissione delle infrastrutture estrattive o delle rotte di approvvigionamento. Nel frattempo, l’incertezza pesa già sulle aspettative globali.

Sul fronte valutario, il dollaro ha ripreso terreno a marzo (1,15–1,16 dollari per euro) dopo il rafforzamento dell’euro nei mesi precedenti, trainato dalla maggiore indipendenza energetica degli Stati Uniti e dal ritorno degli investitori verso valute rifugio. La Federal Reserve potrebbe mantenere i tassi invariati più a lungo del previsto per contenere nuove pressioni inflazionistiche.

Economie mondiali: cresce la Cina, frena l’America, si risveglia l’Europa.

Nel 2025, le principali economie mondiali hanno continuato a muoversi a velocità diverse. La Cina ha centrato ancora una volta il target governativo con un Pil a +5,0%. Gli Stati Uniti hanno accusato una decelerazione al +2,2% (dal +2,8% del 2024). L’area euro ha sorpreso al rialzo con una crescita complessiva dell’+1,3%, quasi il doppio rispetto al +0,7% dell’anno precedente.

Il commercio mondiale di merci, dopo un 2025 positivo (+4,4% in volume, quasi il doppio del +2,5% del 2024), ha già mostrato i primi segnali di frenata a dicembre con un misero +0,4% congiunturale. Parte del rimbalzo annuo è attribuibile al cosiddetto frontloading: acquisti anticipati da parte delle imprese per aggirare i dazi imposti dagli Stati Uniti.

Il sentiment economico sull’area euro è in deciso peggioramento. L’Economic Sentiment Indicator (ESI) della Commissione europea ha perso 1,0 punti a febbraio, trascinato al ribasso dalla fiducia nei servizi. Il calo è particolarmente accentuato in Francia (-2,8 punti) e, in misura minore, in Italia (-0,6 punti), mentre la Spagna tiene.

L’Italia nel 2025: la domanda interna salva la crescita, ma l’industria arranca.

Il prodotto interno lordo italiano ha chiuso il 2025 con una crescita dello 0,5% in volume rispetto al 2024, meno della metà della media dell’area euro (+1,3%). A fare da traino è stata la domanda interna, con un contributo positivo di 1,5 punti percentuali. A pesare negativamente, invece, la domanda estera netta (-0,7 punti) e la variazione delle scorte (-0,2 punti): le esportazioni di beni e servizi sono calate dell’1,2%, mentre le importazioni sono salite dell’1,0%.

Il quarto trimestre 2025 ha registrato una crescita congiunturale dello 0,3%, in linea con la Germania ma superiore alla Francia (+0,2%) e inferiore alla Spagna (+0,8%). Dal lato dell’offerta, le costruzioni hanno messo a segno il risultato migliore (+1,4%), mentre l’industria in senso stretto ha recuperato terreno (+0,6%). I servizi avanzano lievemente (+0,1%), con le attività finanziarie e assicurative in netta flessione (-1,1%).

Produzione industriale: due mesi di calo consecutivi.

A gennaio 2026 la produzione industriale ha segnato il secondo calo consecutivo (-0,6%), dopo il -0,5% di dicembre. Un dato che, pur attenuato dalla media trimestrale novembre 2025–gennaio 2026 (ancora positiva a +0,7%), segnala una debolezza strutturale del comparto manifatturiero. In calo i beni di consumo (-1,1%) e quelli intermedi (-0,2%), mentre reggono i beni strumentali (+1,5%) e l’energia (+7,2%).

Le costruzioni, invece, sembrano aver superato la crisi innescata dal ridimensionamento del Superbonus: nel 2025 la produzione è cresciuta in media del 4,8% (dal +3,9% del 2024), con un forte recupero nel quarto trimestre (+1,5%). I servizi hanno ripreso a crescere (+0,8% annuo in termini di fatturato in volume), invertendo il segno negativo del 2024.

Il commercio estero riparte, ma pesa il farmaceutico verso gli USA.

Dopo due anni di stagnazione, le esportazioni italiane in valore sono cresciute nel 2025 del 3,3%, le importazioni del 3,1%. Il traino principale è arrivato dal settore farmaceutico (+28,5% nell’export, prevalentemente verso gli Stati Uniti), un dato che riflette anche dinamiche di anticipazione delle forniture prima dell’entrata in vigore di possibili dazi. In crescita anche i metalli (+9,8%), gli alimentari (+4,3%) e i mezzi di trasporto (+4,1%). La farmaceutica ha dominato anche le importazioni (+35,5%), insieme ad alimentari, macchinari e abbigliamento.

Va sottolineato che la crescita dell’export è avvenuta principalmente per effetto dei prezzi (+2,6%), mentre i volumi sono aumentati di un modesto +0,7%. Un segnale che la competitività di prezzo del sistema produttivo italiano resta sotto pressione.

Occupazione: il record dei 24 milioni tiene, ma si allarga l’inattività.

Il mercato del lavoro italiano ha archiviato il 2025 con un record storico: per la prima volta sono stati superati i 24 milioni di occupati. A gennaio 2026 la soglia è salita ulteriormente a 24 milioni 181mila unità, con un tasso di occupazione al 62,6%. Il tasso di disoccupazione è sceso al 5,1% (dal 5,5% del mese precedente), quello giovanile al 18,9%.

Ma il quadro ha le sue ombre. La crescita occupa prevalentemente uomini, e sono i giovani tra 15 e 24 anni a restare fuori. Sul piano trimestrale, i nuovi occupati sono appena 23mila (+0,1%), mentre calano i disoccupati (-125mila) e aumentano gli inattivi (+116mila). È proprio l’inattività il tallone d’Achille strutturale del mercato del lavoro italiano.

In confronto europeo, l’Italia presenta tassi di inattività costantemente superiori alla media UE27, con un divario di genere di circa 18 punti percentuali tra uomini e donne, il più elevato tra i principali paesi dell’Unione. Mentre in Germania, Spagna e Francia il divario si è ridotto tra il 2019 e il 2025, in Italia è rimasto sostanzialmente invariato. La causa principale, per le donne, sono i carichi familiari: nel 2025, quasi quattro donne inattive su dieci (39,4%) hanno indicato motivi familiari come ragione della non partecipazione al lavoro, quota in aumento rispetto al 33,2% del 2019.

Pesante anche il divario territoriale: nel Mezzogiorno il tasso di inattività per chi ha al massimo la licenza media sfiora il 57%, contro il 44% del Nord. Un gap che il ciclo espansivo post-pandemia non è riuscito a ridurre in modo significativo.

L’inflazione torna a mordere: il carrello della spesa è sopra la media.

A febbraio 2026 l’indice armonizzato dei prezzi al consumo (IPCA) ha segnato +1,6% tendenziale, in decisa accelerazione rispetto all’+1,0% di gennaio. Un’impennata che colpisce soprattutto i servizi (+3,6%), trainati da quelli ricreativi e culturali (+4,9%) e dai trasporti (+3,0%). Anche i prodotti alimentari non lavorati hanno accelerato (+3,6%).

L’inflazione di fondo, quella che esclude energia e alimentari non lavorati, le voci più volatili, ha superato la soglia del 2%, attestandosi al 2,4% a febbraio (dal +1,7% di gennaio). Un segnale che le pressioni sui prezzi non sono più solo transitorie. Il cosiddetto carrello della spesa sale ancora di più: +2,2% a febbraio, con uno spread di 0,6 punti sull’indice generale.

L’Italia resta comunque al di sotto della media dell’area euro (+1,9%) e della Germania (+2,0%) e Spagna (+2,5%), ma il differenziale si sta riducendo. Le imprese, nel frattempo, aumentano le intenzioni di ritoccare i listini al rialzo, segnale che la pressione inflazionistica potrebbe non aver ancora esaurito la sua corsa.

A contenere in parte l’inflazione complessiva è la flessione dei prezzi energetici (-6,6% tendenziale a febbraio), ma con il petrolio sopra i 100 dollari questa zavorra potrebbe presto trasformarsi in un’ulteriore spinta al rialzo.

Consumi e fiducia: i segnali sono positivi, ma fragili.

Le vendite al dettaglio di gennaio segnano un incremento sia in valore (+0,6%) sia in volume (+0,4%), con i beni alimentari a trainare il risultato. Su base tendenziale, le vendite crescono del 2,3% in termini nominali e dello 0,9% in termini reali, un dato che, depurato dell’inflazione, ridimensiona il quadro.

La fiducia dei consumatori è migliorata a febbraio (97,4 punti, da 96,8), con tutte le componenti in rialzo. Meno positivo il fronte delle imprese: dopo il miglioramento di gennaio, febbraio segna una frenata, con cali nel manifatturiero e nei servizi di mercato. Le costruzioni e il commercio al dettaglio tengono. Anche le attese sull’occupazione migliorano, più marcatamente nelle costruzioni.

Sul fronte salariale, le retribuzioni contrattuali orarie sono cresciute nel 2025 del 3,1%, con punte nei ministeri (+7,2%), nelle forze armate (+6,9%) e nei vigili del fuoco (+6,8%). Il settore privato ha registrato +3,2%, con l’agricoltura in testa (+5,0%). Un segnale di recupero del potere d’acquisto dei lavoratori, che tuttavia potrebbe incontrare il limite di un’inflazione di fondo in risalita.

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