Druzhba, il gasdotto del mistero: l’Ucraina dice no agli ispettori Ue.
C’è un oleodotto fermo da oltre un mese nel cuore dell’Europa, miliardi di euro di forniture bloccate, e un governo, quello ucraino, che si rifiuta di far entrare gli ispettori dell’Unione Europea a verificare cosa stia succedendo. Non è uno scenario da guerra fredda. È quello che sta accadendo oggi, nel 2026, tra paesi formalmente alleati.
Secondo quanto riportato da Politico, diversi stati membri dell’UE stanno esercitando pressioni crescenti su Kiev affinché consenta l’accesso dei tecnici europei al gasdotto Druzhba, attraverso cui il petrolio russo, per quanto controverso, scorreva regolarmente fino al 27 gennaio scorso. La risposta ucraina è stata, con un linguaggio diplomatico che non lascia spazio a interpretazioni: no. L’esecutivo di Kiev sostiene di aver bisogno di tempo per valutare l’entità dei danni all’infrastruttura. Una risposta che suona più come un rinvio che come una spiegazione.
Budapest non ci sta.
Il governo ungherese ha già tolto la maschera della cortesia istituzionale. Per Budapest, il ragionamento è lineare e brutale nella sua semplicità: il gasdotto funziona, l’Ucraina lo sa, e il blocco è una scelta politica travestita da necessità tecnica. Nessun giro di parole, nessuna diplomazia: l’Ungheria accusa Kiev di usare un’infrastruttura energetica critica come leva negoziale, scaricando il costo di questa strategia sulle spalle dei consumatori e delle industrie europee.
Considerando che l’Ungheria e la Slovacchia dipendono ancora in misura significativa da quel corridoio energetico, la questione non è accademica. È concreta, immediata, e sempre più costosa.
Il paradosso europeo.
Ciò che rende questa vicenda particolarmente amara è il contesto in cui si inserisce. L’Europa ha versato decine di miliardi di euro in sostegno militare, economico e umanitario all’Ucraina. Ha imposto sanzioni devastanti alla Russia. Ha ridisegnato la propria politica energetica, a costi enormi per cittadini e imprese, per ridurre la dipendenza da Mosca.
Eppure, quando alcuni stati membri chiedono semplicemente di guardare dentro un tubo per capire cosa non funzioni, la risposta è un diniego.
Rifiutare l’accesso agli ispettori di un’alleanza che ti finanzia, ti arma e ti difende politicamente non è solo un gesto poco amichevole. È un cortocircuito logico che nessuna narrativa bellica riesce davvero a giustificare. E che rischia di alimentare quelle voci, sempre più diffuse in alcune capitali europee, che parlano di un’Ucraina capace di utilizzare la propria posizione di Paese in guerra non solo per difendersi, ma anche per condizionare i propri alleati.
Bruxelles aspetta. Qualcuno paga.
Nel frattempo, mentre Kiev valuta i “danni” e Bruxelles aspetta risposta, il conto lo pagano gli altri. Le raffinerie ungheresi e slovacche che dipendono da quella rotta, le famiglie che vedono salire le bollette, le industrie che assorbono costi energetici crescenti.
La guerra è una tragedia. Ma usare un’infrastruttura energetica come strumento di pressione politica, negando persino la verifica tecnica agli alleati che ti sostengono, è qualcosa che merita di essere chiamato con il suo nome. Non è strategia. È un abuso di fiducia.
E in Europa, di fiducia, ne è rimasta poca.
foto Sylvain Thomas European Union, 2012 Copyright Source: EC – Audiovisual Service
