Droni, doppi standard e la “politica della paura”
Nelle ultime ore, l’opinione pubblica europea è stata scossa dalla notizia dell’abbattimento di droni “russi” in territorio polacco. Varsavia ha parlato di 19 violazioni dello spazio aereo nella notte del 10 settembre, con la chiusura temporanea dello spazio aereo attorno all’aeroporto Chopin di Varsavia. Il premier Donald Tusk ha attribuito l’origine dei droni alla Bielorussia e, per estensione, a Mosca. Tuttavia, le indagini finora condotte – come riportato dalla Procura distrettuale di Lublino – non hanno rilevato tracce di esplosivo sui frammenti recuperati in almeno cinque insediamenti, mentre l’oggetto che ha danneggiato una casa a Wyryki non è ancora stato identificato.
Eppure, l’eco mediatica e istituzionale è stata immediata e drammatica: si è parlato di “atto di guerra”, qualcuno “a Roma” ha persino evocato scenari da Terza Guerra Mondiale, esprimendo “profonda preoccupazione” e richiamando alla compattezza euro-atlantica.
Qui sorge la domanda: perché una simile apprensione non è stata espressa in altre occasioni? Per esempio, durante l’Operazione Midnight Hammer – il bombardamento statunitense sull’Iran che ha causato devastazione in un Paese sovrano e acceso nuove tensioni regionali – non si sono sentite dichiarazioni allarmate né da Roma né da Bruxelles. E che dire dei raid israeliani? Le ripetute azioni militari in Yemen e in Qatar (per non parlare della Striscia di Gaza), pur con vittime civili confermate, non hanno generato appelli alla prudenza, convocazioni d’urgenza di ambasciatori o, ancora, alcuna copertura mediatica “da cardiopalmo”.
Non si tratta di difendere Mosca o Teheran, ma di interrogarsi sulla coerenza delle reazioni. Quando l’attore è un “nemico” – o semplicemente percepito come tale – l’allarme si alza subito, i media amplificano, i mercati reagiscono. Quando l’azione parte da un Paese “amico”, invece, si minimizza, si parla di “legittima difesa”, di “operazione chirurgica”.
Questa disparità di trattamento non è solo un problema etico: è un problema di sicurezza. Se ogni incidente al confine orientale dell’UE viene immediatamente dipinto come un atto ostile e potenzialmente casus belli (basti pensare alla vicenda, poi sgonfiatasi, del presunto sabotaggio al sistema GPS dell’aereo di Ursula von der Leyen), il rischio di escalation involontaria cresce. Al contrario, ignorare o relativizzare altre azioni militari che pure destabilizzano intere regioni alimenta risentimento e mina la credibilità del diritto internazionale.
Mentre qualcuno spinge per creare il casus belli e scatenare così un confronto sanguinoso con Mosca, la necessità di avviare un dialogo maturo diventa sempre più urgente. L’Europa avrebbe bisogno di un approccio più equilibrato (lo speech della von der Leyen ieri lo ha ricordato), basato sui fatti e non sulle suggestioni geopolitiche, capace di condannare in modo sostanziale le violazioni del diritto internazionale (le note riservate del SEAE, il Servizio Europeo per l’Azione Esterna, servono a ben poco) ed evitare di trascinare l’opinione pubblica in una narrativa di guerra permanente. Ci pensano già i media europei, sempre più deplorevoli e sponsorizzati.
foto ADF CPL Michael Rogers
