6 Giugno 2026
EuropaPolitica

Draghi rilancia il “federalismo pragmatico” per salvare l’Europa da se stessa.

“L’Ue non è attrezzata per affrontare la nuova realtà fatta di protezionismo, azioni unilaterali e ritorno della forza militare”. A ricordarlo, agli imbecilli di Bruxelles e dintorni, è stato l’ex premier italiano Mario Draghi durante la cerimonia del premio principe delle Asturie per la cooperazione internazionale.

L’allarme di Draghi: “I principi fondativi dell’Ue sono sotto pressione”.

L’Unione Europea “fatica a rispondere al nuovo ordine mondiale”, ha dichiarato Mario Draghi. Ma non solo. Andrebbe anche rimarcato che l’Ue e le sue politiche sono sempre più inconsistenti e votate a spendere miliardi per azioni di scarso impatto e creare un sistema votato al privilegio e a formare nuove caste e sacche di ricchezza, il tutto attraverso operazioni di finanza pubblica predatoria, come ricordano molte “buone pratiche Ue”.

Andiamo Mario, possiamo fare di meglio!

“Quasi tutti i principi su cui è nata l’Unione sono oggi messi alla prova”, ha affermato l’ex presidente della BCE. “Abbiamo costruito la nostra prosperità sull’apertura e sul multilateralismo, ma ora ci troviamo di fronte al protezionismo, all’azione unilaterale e al ritorno della potenza militare”.

Per Draghi, il problema di fondo è che “la governance europea non è cambiata da molti anni” e la struttura attuale “non è più in grado di rispondere alle nuove esigenze”.

Solo il federalismo pragmatico può funzionare.

Per superare le sfide economiche, sociali e di sicurezza che minacciano l’Unione, Draghi ha indicato una via chiara: riformare i trattati europei e costruire un nuovo tipo di federalismo.

“Un federalismo pragmatico è l’unica strada percorribile”, ha sottolineato, riprendendo un concetto già espresso nel suo rapporto del 2024 sulla competitività dell’Ue.

Secondo Draghi, questo modello dovrebbe nascere da coalizioni di Paesi disposti a cooperare su interessi strategici comuni, riconoscendo che non tutti gli Stati membri possono avanzare allo stesso ritmo. “Chi vorrà potrà unirsi”, ha spiegato, “ma chi cerca di bloccare il progresso non potrà più trattenere gli altri”.

In altre parole: una Europa a più velocità, dove la volontà politica prevale sull’unanimità paralizzante. Insomma, i patti fondativi dell’Ue possono tranquillamente andare a puttane in nome di interessi torbidi e sui quali non bisogna fare troppe domande.

Un ostacolo storico: i veti nazionali.

Per realizzare questo salto di qualità, tuttavia, gli Stati membri dovrebbero rinunciare al diritto di veto, una prospettiva che incontra da sempre forte resistenza, soprattutto tra i Paesi più piccoli, timorosi di essere emarginati dalle grandi potenze europee.

Draghi ha ricordato che non è la prima volta che propone questa visione. Già nel 2022, da premier italiano, aveva chiesto ai colleghi europei di abbandonare i veti nazionali per rendere più rapido ed efficace il processo decisionale dell’Ue.

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