10 Agosto 2026
Sardegna

Dottori di ricerca in Italia: uno su dieci emigra all’estero

Il dottorato di ricerca garantisce quasi sempre la certezza di trovare lavoro, ma non sempre quello che ci si aspetta né dove si vorrebbe restare. È questo, in sintesi, il quadro che emerge dalla quarta edizione dell’Indagine sull’inserimento professionale dei dottori di ricerca, pubblicata dall’Istat e condotta tra febbraio e giugno 2025 su oltre 16mila persone che avevano conseguito il titolo in un ateneo italiano nel 2019 e nel 2021.

I numeri sull’occupazione sono tra i più alti registrati in Italia per qualsiasi categoria: a quattro-sei anni dal conseguimento del titolo, il 96,1% dei dottori risulta occupato, contro una media nazionale del 62,2% per la fascia 15-64 anni. Un divario abissale, che testimonia il valore del titolo sul mercato del lavoro. Rispetto all’analoga indagine del 2018 il tasso di occupazione è persino cresciuto di oltre due punti percentuali.

Ma dietro questa fotografia apparentemente luminosa si nascondono crepe profonde: precarietà contrattuale diffusa, retribuzioni contenute in patria e una fuga verso l’estero che il sistema universitario italiano non riesce ad arginare.

Un cervello su dieci se ne va all’estero, dove guadagna il doppio.

Il dato più discusso è quello sulla mobilità internazionale: il 10,4% dei dottori che hanno conseguito sia la laurea sia il dottorato in Italia lavora oggi all’estero. Le destinazioni preferite sono Germania e Stati Uniti (rispettivamente 13,7% e 13,2% degli espatriati), seguite da Francia e Svizzera. Il Regno Unito, che nel 2018 era la meta principale con il 21,2% degli emigrati accademici, è sceso al 10,2%, effetto diretto della Brexit.

Il motivo principale dell’espatrio non è più la mancanza di lavoro in Italia, questa motivazione è calata dal 57,5% al 45,3%, ma la ricerca di un impiego più adeguato alla propria professionalità (81,7%) o meglio retribuito (73,7%, in crescita di dieci punti rispetto al 2018). Una distinzione non da poco: i dottori non fuggono dalla disoccupazione, ma dall’inadeguatezza del sistema italiano a valorizzarli economicamente.

Il divario salariale è brutale: la metà di chi lavora all’estero guadagna oltre 3.500 euro netti al mese, mentre solo il 7,4% di chi rimane in Italia raggiunge quella soglia. La differenza media supera i 1.500 euro mensili netti.

Il Sud forma, il Nord trattiene e il mondo attrae.

La geografia del dottorato italiano racconta anche di un Paese profondamente squilibrato. Gli atenei del Nord concentrano quasi la metà dei dottori (47,3% nel 2021, in crescita rispetto al 41,9% del 2012), pur raccogliendo studenti da tutta la penisola: chi si forma nel Settentrione proviene dal Sud nel 12,7% dei casi, dal Centro nell’8,5%, dall’estero nell’11%.

Dal Mezzogiorno, invece, quasi la metà dei dottori (45,5%) vive altrove: in un’altra regione italiana o all’estero. I tassi di “fuga” più alti si registrano in Molise, Basilicata e Calabria, dove si avvicina al 60%. Regioni come il Lazio (20,9%) e la Lombardia (26,9%) mostrano al contrario una maggiore capacità di trattenere i propri talenti.

Precari nell’università… si resta!

Chi decide di restare in Italia si trova spesso di fronte a un mercato del lavoro accademico strutturalmente instabile. Ben il 34,4% dei dottori occupati ha un contratto a tempo determinato, e tra chi lavora in università la quota di precari sale all’80,3%. Gli enti di ricerca pubblici non vanno meglio: il 74,4% dei dottori che vi lavorano è a termine o borsista.

L’insoddisfazione per la stabilità lavorativa è il principale cruccio di universitari e ricercatori (oltre il 50% di loro la cita come fonte di malessere). Al contrario, chi lavora negli istituti di ricerca privati, dove solo il 26,2% ha contratti a termine, mostra livelli di insoddisfazione molto più bassi (4,5%).

Particolarmente penalizzati i dottori che finiscono a insegnare nella scuola: l’85,3% percepisce uno stipendio mensile netto inferiore ai 2.000 euro, una quota più che doppia rispetto ai colleghi degli enti di ricerca pubblici e tripla rispetto a quelli del privato.

Stem avanti tutta, umanisti in difficoltà.

L’area disciplinare incide in modo decisivo sulle prospettive professionali. La maggioranza dei dottori (52,6%) si forma in ambito Stem, scienze, tecnologia, ingegneria e matematica, e sono proprio loro a godere delle condizioni migliori: tassi di occupazione più alti, accesso preferenziale al settore privato (43,6%, che sale al 64,6% per i dottorati industriali), retribuzioni più competitive e maggiore soddisfazione complessiva.

Il 72,2% dei dottori in Informatica e ICT rifarebbe lo stesso percorso, così come il 68% di quelli in Ingegneria industriale. Tra i dottori in discipline linguistiche la quota scende al 52,9%, e i motivi sono espliciti: il 42,5% di chi non rifarebbe il dottorato cita proprio gli incerti sbocchi professionali come ragione principale.

In media, quasi il 50% dei dottori si dichiara insoddisfatto delle prospettive di carriera legate al proprio percorso, e il 36,7% afferma che oggi non lo rifarebbe, o almeno non ne sarebbe sicuro.

Il dottorato vale di più, ma l’Italia resta indietro in Europa.

Un segnale positivo viene dal riconoscimento formale del titolo: nel 2025 il 39,9% dei dottori lavora in posizioni per cui il dottorato è un requisito obbligatorio, dodici punti percentuali in più rispetto al 2018. L’84,2% ritiene che il titolo sia stato utile per ottenere il lavoro. Il mercato, insomma, comincia a riconoscere il valore aggiunto del più alto grado accademico.

Tuttavia, l’Italia produce ancora troppo pochi dottori rispetto ai partner europei: nel 2021 il rapporto tra dottori di ricerca e popolazione era dello 0,4%, contro una media Ue del 0,8%, l’1,4% della Germania, lo 0,9% della Spagna e lo 0,7% della Francia. Il Paese si posiziona al 22° posto su 27 nell’Unione europea. Anche il Covid ha lasciato il segno: il 27,3% dei dottori del 2021 ha dichiarato di aver conseguito il titolo in ritardo di un anno, e il 70,6% di questi imputa il ritardo proprio alla pandemia.

La trappola della famiglia d’origine.

Un ultimo dato merita attenzione per le implicazioni sociali che comporta. Il dottorato di ricerca non è ancora un percorso accessibile a tutti: nel 39% dei casi, almeno uno dei genitori del dottore è laureato, una quota più che doppia rispetto al 17% di laureati nella fascia 45-64 anni della popolazione generale. Solo nel 14,9% dei casi i genitori hanno al massimo la licenza media, contro il 40,8% nella stessa fascia d’età della popolazione. Il capitale culturale familiare resta un potente predittore dell’accesso ai vertici del sistema formativo.

In questo quadro, l’indagine Istat restituisce l’immagine di un Paese che riesce a formare ricercatori di alto livello, ma fatica a trattenerli, a stabilizzarli e a pagarli adeguatamente. Il dottorato apre le porte, ma spesso quelle che contano di più si trovano altrove.