Dopo quasi 20 anni dal crac finanziario Bruxelles rimette mano alle norme bancarie
Quasi due decenni dopo il crollo del 2008, l’Europa riapre ufficialmente il dossier sulle regole bancarie. La Commissione europea ha avviato una revisione del quadro prudenziale in nome della competitività e della semplificazione. Ma mentre i rischi finanziari, geopolitici e sistemici, continuano ad accumularsi, il settore bancario spinge per alleggerire proprio quelle salvaguardie introdotte dopo la crisi per proteggere contribuenti ed economia reale.
Un nuovo documento di Finance Watch, intitolato “Resilient banks, resilient economy”, lancia un avvertimento chiaro: indebolire quelle regole sarebbe una sconfitta su tutti i fronti. Non renderebbe l’economia più dinamica, ma la esporrebbe a rischi maggiori, senza garantire un solo euro in più di credito alle imprese.
Il mito americano e i numeri che raccontano un’altra storia.
Uno degli argomenti più usati dalla lobby finanziaria è che le banche europee sarebbero schiacciate da requisiti di capitale più severi rispetto alle concorrenti americane. I dati, però, dicono il contrario.
Secondo un’analisi della Banca d’Inghilterra citata nel documento, una volta corrette le distorsioni metodologiche, i requisiti patrimoniali per le grandi banche sistemiche, i cosiddetti G-SIB, sono in realtà tra l’8 e il 9% più bassi nell’Unione europea che negli Stati Uniti. Non il contrario. Se c’è un livellamento da fare, sostiene Finance Watch, è verso l’alto, non verso il basso.
Sul fronte della redditività, il quadro è altrettanto scomodo per chi sostiene la tesi della banca europea in difficoltà: i profitti netti delle banche vigilate dal Meccanismo di Vigilanza Unico (SSM) hanno più che raddoppiato tra il 2019 e il 2025, raggiungendo 187 miliardi di euro. Nello stesso periodo, i dividendi e i buyback azionari sono saliti al 53% degli utili. Le quotazioni in borsa delle banche europee sono quasi quadruplicate dal 2019. Non è esattamente il ritratto di un settore soffocato dalla regolamentazione.
Prestiti alle imprese? Solo il 14,6% degli attivi bancari.
C’è però un dato che dovrebbe far riflettere chi a Bruxelles punta sulla banca come motore della ripresa industriale europea. Tra il 2019 e il 2025, le banche dell’eurozona hanno aumentato i prestiti a fondi speculativi, fondi di private equity e operatori finanziari a un ritmo 2,5 volte superiore rispetto a quanto hanno prestato alle imprese dell’economia reale.
Il risultato è che oggi i prestiti alle società non finanziarie, ovvero quelle che producono beni, servizi e posti di lavoro , rappresentano appena il 14,6% del totale degli attivi bancari, in calo costante da anni. Se l’obiettivo dichiarato è finanziare la transizione verde, la difesa e la produttività europea, come indicato dall’agenda Draghi, questo trend suggerisce che il problema non è la quantità di capitale detenuto dalle banche, ma dove scelgono di allocarlo.
La posta in gioco per l’Europa.
Con la consultazione della Commissione europea sulla competitività bancaria ora chiusa, Bruxelles si avvicina rapidamente alle decisioni. Il rischio, avverte Finance Watch, è che prevalga una narrativa costruita più sugli interessi del settore che sui dati.
Lo stesso Consiglio direttivo della BCE, nel rispondere alla consultazione il 14 aprile scorso, ha ribadito che “le misure di semplificazione devono affrontare la complessità eccessiva senza indebolire la resilienza”. Un messaggio in linea con quanto ripetuto da diversi membri del board di vigilanza dell’istituto di Francoforte negli ultimi mesi.
La lezione del 2008 non è ancora abbastanza lontana da poter essere dimenticata. Un’eventuale crisi bancaria costerebbe, secondo le stime citate nel documento, tra il 43 e il 63% del PIL in valore attuale netto, un prezzo che l’Europa di oggi, già alle prese con la pressione geopolitica e la frammentazione economica, non può permettersi di pagare.
Semplificare il quadro regolatorio è legittimo e necessario. Ma farlo tagliando i cuscinetti di sicurezza sarebbe, nelle parole del documento, “una perdita su tutti i fronti: meno resilienza e nessun guadagno reale in termini di capacità di finanziamento”.
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