16 Ottobre 2026
Sardegna

Divario Nord-Sud, al Meridione si lavora un mese in meno l’anno. A Reggio Calabria stipendi dimezzati rispetto a Milano

Il divario tra Nord e Sud Italia si misura anche in giornate di lavoro e in busta paga, e i numeri restituiscono un quadro netto. Secondo l’Ufficio studi della CGIA, nel 2024 in Italia si sono lavorate in media 246,5 giornate l’anno, ma il dato nazionale nasconde una frattura territoriale significativa: al Nord la media è stata di 255 giornate, nel Mezzogiorno di 228. Una differenza di 27 giornate lavorative, quasi un mese in più ogni anno per i lavoratori del Settentrione.

Al divario nei giorni lavorati corrisponde un divario altrettanto marcato nelle retribuzioni. La paga media giornaliera ha raggiunto i 108 euro al Nord contro gli 80 euro al Sud, un differenziale del 36%, che si riflette proporzionalmente anche sulla produttività, superiore del 36% nelle regioni settentrionali. Un cortocircuito, spiega la CGIA, in cui giornate lavorate, retribuzioni e produttività finiscono per alimentarsi a vicenda, in quello che resta uno degli squilibri strutturali più profondi dell’economia italiana.

Attenzione però a una lettura semplicistica del dato. Il numero inferiore di giornate lavorative nel Mezzogiorno non indica una minore propensione al lavoro, ma riflette tre fattori: una maggiore diffusione della precarietà, un ricorso più frequente al part time involontario e una componente rilevante di lavoro stagionale, concentrato soprattutto nel turismo e nell’intrattenimento. A questo si aggiunge il peso del lavoro nero, particolarmente diffuso al Sud: trattandosi di lavoro irregolare, quelle ore non vengono conteggiate nelle statistiche ufficiali, che finiscono così per sottostimare il lavoro effettivamente svolto.

A livello provinciale, il primato per numero di giornate retribuite spetta a Lecco, con 265,4 giornate medie l’anno, seguita da Biella (263,9), Vicenza (263,4), Monza-Brianza (263,3) e Lodi (262,8): territori a forte vocazione manifatturiera, dove le imprese di media e grande dimensione lavorano prevalentemente a ciclo continuo. All’estremo opposto della classifica si collocano Rimini (212 giornate), Nuoro (205) e Vibo Valentia, ultima con appena 195 giornate medie l’anno.

Sul fronte del lavoro povero, l’analisi dei dati Inps condotta dalla CGIA porta a una conclusione netta: nella maggior parte dei casi il problema non è una paga oraria insufficiente, ma la scarsa continuità occupazionale, ovvero il fatto di lavorare poche settimane o poche ore l’anno. Per questo, secondo l’Ufficio studi, intervenire soltanto sul salario minimo orario rischia di non risolvere il problema del reddito insufficiente. Servirebbero piuttosto politiche mirate a favorire occupazione stabile, trasformazione dei contratti part time involontari in tempo pieno e maggiore diffusione della contrattazione di secondo livello, capace di premiare gli obiettivi di produttività attraverso accordi diretti tra imprese e lavoratori. Non mancano, sul tema, le voci critiche che vedono nel decentramento contrattuale un rischio di indebolimento delle tutele minime nazionali e di ampliamento del divario tra territori e dimensioni d’impresa, posizioni che la CGIA giudica più orientate a difendere il centralismo sindacale che la reale tutela dei lavoratori.

Proprio la contrattazione di secondo livello, del resto, resta oggi poco diffusa: secondo gli ultimi dati del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, in Italia coinvolge 4,2 milioni di lavoratori dipendenti del settore privato, appena il 26% del totale, di cui 3,1 milioni tramite contratti aziendali e 1,1 milioni tramite contratti territoriali. Il suo punto di forza, evidenzia la CGIA, è la rapidità con cui può intervenire rispetto ai tempi spesso lunghi dei rinnovi contrattuali nazionali, adattandosi ai cambiamenti del mercato su premi di produttività, welfare aziendale e organizzazione degli orari.

Il legame tra produttività e retribuzioni emerge con chiarezza anche a livello regionale. Le prime cinque regioni per produttività, Trentino-Alto Adige, Lombardia, Valle d’Aosta, Lazio ed Emilia-Romagna, coincidono quasi del tutto con le prime cinque per retribuzione media lorda annua: Lombardia in testa con 30.384 euro, seguita da Emilia-Romagna (26.377 euro), Piemonte (26.249 euro), Veneto (25.370 euro) e Trentino-Alto Adige (25.244 euro). Il divario Nord-Sud, sottolinea la CGIA, non solo resta ampio ma negli ultimi decenni è ulteriormente peggiorato, complice la concentrazione nelle aree metropolitane del Centro-Nord di multinazionali, utility, imprese medio-grandi e società finanziarie, assicurative e bancarie, che offrono retribuzioni più elevate della media e impiegano una quota maggiore di personale con qualifiche apicali.

A livello provinciale, le buste paga più pesanti si registrano a Milano, prima in classifica con 35.670 euro medi lordi l’anno, seguita da Monza-Brianza (29.576 euro), Parma (28.747 euro), Modena (28.731 euro), Bologna (28.672 euro), Lecco (27.788 euro) e Reggio Emilia (27.772 euro): territori, in particolare quelli emiliani, dove la concentrazione di settori ad alta produttività, dall’automotive di lusso alla meccatronica, dal biomedicale all’agroalimentare, garantisce retribuzioni particolarmente elevate. All’estremo opposto si trovano Crotone (15.326 euro medi lordi annui), Cosenza (15.263 euro) e Nuoro (15.231 euro), con il valore più basso in assoluto registrato a Vibo Valentia, appena 13.885 euro l’anno, a fronte di una media nazionale di 24.486 euro. Emblematico il caso di Reggio Calabria, una delle principali città del Sud, dove la retribuzione media annua, poco più di 17.000 euro, risulta pari a meno della metà di quella di Milano.