Disagio giovanile, il CNOP invoca interventi strutturali. Ma il sistema continua a parlare dei giovani senza coinvolgerli.
Tra governance top-down, bandi inaccessibili e organismi consultivi svuotati, l’Italia invoca l’ascolto dei giovani senza mai metterli al centro
Non sorprende, quindi, sentire dal CNOP, il Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi, l’ennesimo allarme sul disagio psicologico giovanile. Una uscita che risuona come poco sostanziale, in un Paese il cui impianto normativo e amministrativo, pur dichiarando di voler “ascoltare” le nuove generazioni, finisce per escluderle sistematicamente dai processi decisionali.
Proprio al Senato, il presidente dell’Ordine, Maria Antonietta Gulino, ha parlato di una realtà “profonda e strutturale”, dove ansia, panico, ritiro sociale, disturbi alimentari, autolesionismo e paura del futuro sono ormai parte della quotidianità di molti giovani. E mentre le richieste di aiuto crescono del 20–30%, i servizi pubblici arrancano tra carenze di risorse e organici insufficienti.
La contraddizione: si invoca ascolto, ma il sistema resta chiuso e verticale.
Il richiamo alla necessità di “trasformare l’ascolto dei giovani in politiche concrete” si scontra però con un dato che ormai appare strutturale: le politiche giovanili italiane continuano a essere pensate senza i giovani.
La governance del Fondo Nazionale per le Politiche Giovanili, ad esempio, rimane ancorata a un’impostazione rigidamente top-down, senza prevedere alcun reale coinvolgimento giovanile nei processi di pianificazione, co-progettazione o valutazione degli interventi.
Lo stesso vale per i bandi del Dipartimento per le Politiche Giovanili, spesso celebrati come strumenti di opportunità ma nei fatti inaccessibili ai diretti destinatari: emblematico l’ultimo avviso RiGenerazioni, che richiede ai proponenti una capacità finanziaria dimostrabile di almeno 300mila euro. Una soglia che esclude in partenza gruppi informali, associazioni giovanili, nuove realtà del terzo settore e qualsiasi iniziativa nata davvero “dal basso”. In Italia, insomma, si deve continuare a sostenere prelati e organizzazioni strutturate che magari i giovani manco li vedono…
Non va meglio sul fronte dei consigli consultivi giovanili (da quelli locali al più oneroso nazionale) che sulla carta dovrebbero rappresentare lo spazio democratico di dialogo con le istituzioni ma che, nella pratica, finiscono spesso per premiare il conformismo e il carrierismo, relegando la critica – e dunque la partecipazione autentica – a un optional.
Numeri ignorati e responsabilità rinviate.
Gulino ha ricordato anche che l’81% degli italiani chiede la presenza dello psicologo scolastico, con una domanda particolarmente forte tra i 15 e i 18 anni. “Numeri che non possono essere ignorati”, ha detto, sottolineando la necessità di un piano nazionale stabile con scuola e contesti educativi al centro.
Ma proprio la scuola resta uno dei luoghi dove la retorica dell’ascolto raramente si traduce in strumenti concreti: mancano risorse, continuità e soprattutto una visione non emergenziale. Senza contare, in un contesto di giovani sempre meno educati e rispettosi, la progressiva abdicazione da parte degli insegnanti della funzione socio-educativa.
