Diritti a geometria variabile: l’UE che predica inclusione e stringe accordi con i regimi autoritari.
C’è un’Europa che sventola bandiere arcobaleno nei comunicati ufficiali e un’altra che, lontano dai riflettori, firma accordi di cooperazione con governi che reprimono, arrestano e umiliano la Comunità LGBTQI+. Le due cose convivono senza imbarazzo nei palazzi di Bruxelles (e in larga parte della società arcobaleno europea), dove i diritti umani diventano clausole decorative, buone per i discorsi, meno per le relazioni internazionali che contano davvero.
Le notizie che arrivano da Baku sono l’ennesima cartina di tornasole. Durante un raid della polizia in un locale LGBT-friendly, oltre cento persone sono state fermate, private dell’assistenza legale e discriminate sulla basate dell’orientamento sessuale. Un copione già visto, in Azerbaijan, dove la repressione delle minoranze non è un incidente ma un metodo.
Eppure l’Unione europea continua a intrattenere relazioni “strategiche” con Baku, nel quadro dell’accordo di partenariato e cooperazione, che sulla carta pone i diritti fondamentali “al centro” delle relazioni bilaterali. Sulla carta, appunto. Perché quando si tratta di gas, stabilità regionale o equilibri geopolitici, la tutela delle persone LGBTQI+ diventa improvvisamente trascurabile.
Uno sparuto gruppo trasversale di eurodeputati, però, ha chiesto alla Commissione europea se saranno attivate delle misure verso gli accordi di cooperazione con il regime di Ilham Aliyev. Domande legittime, che però rischiano di rimanere intrappolate nelle solite dichiarazioni della comunicazione istituzionale di Ursula e soci: “dialogo politico”, “monitoraggio” e “preoccupazione espressa”.
Ma il problema non è solo Bruxelles. C’è anche un’altra ipocrisia, più comoda e più domestica: quella degli “attivisti da trend”. Sempre pronti a scendere in piazza (giustamente) quando qualcuno prova a bloccare un carro del Pride. Meno pronti, molto meno, a spingersi oltre i confini nazionali per prendere parola sulle stesse identiche ingiustizie che avvengono ogni giorno in Paesi di cui spesso non si conosce nemmeno la collocazione sulla mappa.
L’indignazione selettiva è rassicurante: costa poco, non mette in discussione alleanze, non obbliga a fare i conti con la realpolitik. Protestare contro il “nemico politico” di casa è semplice; denunciare un regime autoritario con cui anche l’UE fa affari è scomodo. Meglio allora voltarsi dall’altra parte, mentre a Baku (ma anche altrove) le persone vengono fermate, picchiate e private dei diritti fondamentali per quello che sono.
Nel frattempo, l’Unione europea non sembra voler smettere di separare i diritti dai contratti, mentre l’attivismo occidentale non vuole imparare a guardare oltre il proprio cortile.
Andrebbe ricordato ai “portatori seriali di bandierine”: i diritti umani non sono uno strumento di lotta politica interna, né un accessorio da esibire quando conviene. O valgono ovunque, o non valgono affatto.
