Diplomazia: per le donne l’accesso ai vertici resta un’eccezione.
Arrivare ai vertici della diplomazia continua a essere un percorso a ostacoli per le donne, soprattutto in Italia. Nonostante alcuni segnali di cambiamento e un rafforzamento delle politiche per la parità di genere, il nostro Paese resta tra i più arretrati in Europa per presenza femminile nei ruoli apicali del corpo diplomatico.
Nel 2024, ricordano da Openpolis, l’Italia si è collocata agli ultimi posti nell’Unione europea per quota di donne alla guida di un’ambasciata: appena il 15%. Un dato che fotografa una distanza strutturale rispetto agli altri grandi Paesi europei, dove le percentuali sono decisamente più alte: Francia al 33%, Germania al 30% e Spagna al 28%. Il divario tra l’Italia e la media Ue ha raggiunto i 15 punti percentuali, una forbice che nel tempo non si è ridotta, ma anzi si è ampliata.
La diplomazia è storicamente uno dei settori più prestigiosi e selettivi della pubblica amministrazione, ma anche uno di quelli in cui la disparità di genere ha resistito più a lungo. In Italia, fino al 1960, alle donne era formalmente precluso l’accesso alla carriera diplomatica. La prima ambasciatrice con pieno titolo è arrivata solo nel 1985, e solo nel 2005 le prime donne hanno raggiunto il grado di carriera di ambasciatore.
Secondo i dati del progetto “Gender in Diplomacy” (GenDip) dell’Università di Göteborg, nel 2024 meno di un terzo dei diplomatici di alto rango in Europa era composto da donne. A livello europeo la crescita è stata lenta ma costante: dalla quasi totale assenza femminile alla fine degli anni Sessanta si è arrivati a circa il 30% nel 2024, un valore superiore anche alla media globale. L’Italia, però, è rimasta stabilmente sotto questa soglia.
Nel nostro Paese, nel 2024, le ambasciatrici in servizio erano 19 su 134. Le sedi più strategiche continuano a essere affidate prevalentemente a uomini, anche se non mancano eccezioni significative, come Mariangela Zappia negli Stati Uniti o Cecilia Piccioni in Russia, oltre ad altre presenze femminili in Paesi del G20. Nel complesso, tuttavia, la presenza femminile nei ruoli di maggiore visibilità resta limitata.
Guardando agli incarichi chiave, dalle direzioni generali della Farnesina ai ruoli di consigliere diplomatico presso ministeri, Presidenza del Consiglio e Quirinale, il 2024 segna il livello più alto mai raggiunto in termini di quota femminile. Ma si tratta comunque di numeri ridotti: solo due donne su 21 ricoprivano incarichi di consigliere diplomatico di ministri e due su 14 occupavano posizioni di vertice all’interno del ministero degli Esteri.
Il problema nasce molto prima dell’accesso ai vertici. Negli ultimi vent’anni, le donne che hanno superato il concorso diplomatico in Italia sono state circa il 31% del totale. Solo nel 2024 si è registrato un dato vicino alla parità, con il 45,8% di donne tra i vincitori, mentre all’inizio degli anni Duemila le percentuali erano spesso inferiori al 20%. Un miglioramento evidente, che però impiegherà anni prima di riflettersi nelle posizioni apicali, anche per effetto di carriere che si sviluppano su archi temporali molto lunghi.
Secondo diversi studi, tra le cause della persistente disuguaglianza pesa la difficoltà di conciliare carriera diplomatica e vita familiare. La disponibilità alla mobilità internazionale e la continuità del percorso professionale restano fattori determinanti per l’avanzamento, e sono elementi che penalizzano ancora in misura maggiore le donne. Esperienze analoghe sono state riscontrate anche in altri Paesi europei, come Francia e Spagna.
Negli ultimi anni il quadro normativo si è rafforzato. Il principio di parità di genere è sancito dalla Costituzione e dal Codice delle pari opportunità, e il ministero degli Esteri ha adottato un Piano triennale di azioni positive (2025-2027) che prevede misure su lavoro agile, genitorialità, valorizzazione delle carriere femminili e attenzione alla dimensione di genere nelle valutazioni. Anche la riforma del concorso diplomatico, in vigore dal 2026, potrebbe incidere sulla composizione futura del corpo diplomatico.
Resta però un nodo culturale e strutturale. I dati mostrano che l’accesso delle donne alla diplomazia sta migliorando, ma questo progresso non si riflette ancora in modo proporzionale nei ruoli di vertice. Senza un cambiamento più profondo nelle modalità di selezione, valutazione e assegnazione degli incarichi, il rischio è che il soffitto di cristallo continui a resistere anche in uno dei settori chiave della rappresentanza dello Stato.
