7 Giugno 2026
EuropaPolitica

Diplomazia con l’amnesia: quando la geopolitica ripulisce biografie imbarazzanti.

È curioso osservare come la diplomazia internazionale, con la stessa disinvoltura con cui cambia menù a un ricevimento d’ambasciata, sappia riscrivere la storia recente. Fino a ieri certe figure erano considerate intoccabili, sinonimo di destabilizzazione, violenza e fanatismo. Oggi, per ragioni di comodo, si ritrovano improvvisamente rialzate dal setaccio morale della comunità globale, lucidata la reputazione, tesa la mano dagli stessi attori che una volta le indicavano come minaccia.

Il caso dell’evoluzione da paria internazionale a interlocutore “accettabile” è ormai una costante nei manuali di politica estera. Si chiama realpolitik, ma sarebbe più onesto chiamarla corto circuito etico.

Washington apre le porte, e i principi restano fuori.

Così apprendiamo che il presidente siriano Ahmed al-Sharaa, noto al-Jolani, si recherà a Washington per firmare un accordo di ingresso nella coalizione anti-Isis. Un annuncio accolto come una vittoria della diplomazia, come se bastasse una stretta di mano e un comunicato stampa a cancellare anni di ambiguità, repressione e violenze interne. Eppure, al-Jolani, essendo stato membro di al-Qaeda e dello Stato Islamico in Iraq, oggi si mette a disposizione per combattere proprio quel mondo di terroristi dal quale proviene.

Dopo anni di anatemi, sanzioni e prediche sul “non si tratta con chi alimenta il caos”, oggi si spalancano porte e si preparano dichiarazioni rassicuranti: la pace, si dice, richiede compromessi. Ma c’è compromesso e compromissione. E sempre più spesso assistiamo alla seconda, mascherata da presunto pragmatismo.

La retorica della “stabilità”, l’eterna scusa.

La giustificazione è sempre la stessa: “serve stabilità”. Una parola magica con cui si giustifica ogni torsione morale. Ma a forza di inseguire la stabilità, il mondo non fa che rinsaldare le figure che l’hanno minata. Oggi diventano partner, domani verranno celebrati nei salotti internazionali come esempi di “nuovo corso moderato”.

La diplomazia ha un talento particolare: quando il quadro geopolitico cambia, cambia anche la memoria. Dimenticare, ripulire, riscrivere — tutto per “il bene globale”, si dice. Eppure, se davvero questo bene fosse prioritario, non dovremmo assistere alla sistematica normalizzazione di chi ha prosperato nel caos.

Coalizioni anti-terrorismo mentre si abbracciano i fabbricanti di conflitti.

Che messaggio lanciamo al mondo? Semplice: non importa chi sei, importa quanto servi oggi. Non esistono linee rosse, solo linee a matita, cancellabili con un fazzoletto umido e un paio di dichiarazioni coordinate. Basta dimostrare di essere utili — nel combattere un nemico comune, nel contenere un’altra crisi, nel dare l’idea di cooperazione — ed ecco che anche gli interlocutori più scomodi trovano posto a tavola.

Se la diplomazia è l’arte del possibile, oggi sembra diventare l’arte del dimenticare il passato quando diventa commercialmente o strategicamente scomodo.

Il futuro? Una lezione amara.

La lezione è chiara e cinica: non conta ciò che si è stati, ma ciò che si può negoziare adesso. Vale per i leader discutibili, e vale per i valori che la comunità internazionale dice di difendere. Quei valori restano scritti nei comunicati — eleganti, sterili — mentre gli interessi veri scorrono sotto il tavolo, più solidi e più duri del marmo delle cancellerie.

E magari, un giorno, gli analisti spiegheranno questa fase storica non come lungimiranza diplomatica, ma come una resa morale mascherata da pragmatismo. Una resa che, come sempre, verrà pagata dai popoli.

foto Thewhitehouse.gov