Dimensionamento e inutili polemiche: il caso Sardegna e l’ipocrisia della politica regionale.
Mentre la presidente della Regione Sardegna, Alessandra Todde, denuncia “scelte calate dall’alto” sul dimensionamento scolastico e parla di una Sardegna che “si ribella”, la realtà nei territori racconta una storia ben diversa… e molto meno eroica.
Basterebbe visitare, per esempio, una scuola nella Marmilla per fotografare il paradosso, nonchè assurdità delle polemiche “un tanto al chilo” dell’attuale governance (se così si può chiamare) regionale verso il nuovo progetto di dimensionamento scolastico in Sardegna: istituti con appena 17 studenti, mantenuti a costi ormai difficilmente giustificabili in un contesto di risorse pubbliche sempre più scarse. Una situazione che non nasce oggi, ma che rappresenta il frutto di anni di spopolamento, cattiva gestione (per non dire ruberie in Consiglio regionale) e assenza di una strategia credibile per il futuro dell’isola.
Lo svuotamento dei paesi, molti dei quali custodi di un patrimonio culturale straordinario, non è mai stato un destino inevitabile, ma il risultato di politiche miopi, “ruberie” annuali e di una classe dirigente spesso più abile nella polemica che nella pianificazione. Oggi quei centri stanno morendo lentamente, sotto il peso combinato dell’emigrazione, del declino demografico e dell’inerzia politica.
In questo scenario, le proteste contro il piano di dimensionamento scolastico suonano tardive, se non imbarazzanti. I buoi, per usare un’espressione popolare, sono già scappati dalla stalla. E tentare di rimediare con barricate “ideologiche” e polemiche sterili (d’altronde qualcosa si dovrà pur fare per nascondere le quotidiane figure di …) appare più come una mossa di facciata che una risposta strutturale al problema.
Il Governo Meloni, come noto, ha disposto il commissariamento e il taglio di nove autonomie scolastiche, dopo che negli ultimi tre anni la Sardegna ne aveva già accorpate 38.
Todde, però, oggi parla di attacco al diritto allo studio e alla presenza dello Stato nei territori, rivendicando gli investimenti regionali in edilizia scolastica e servizi educativi. Ma la domanda resta: dov’era questa visione quando lo spopolamento avanzava, le scuole si svuotavano e i paesi si spegnevano? Certo non si può colpevolizzare l’attuale presidente per questo fenomeno ma perseverare sul tema della contrapposizione politica anche di fronte all’evidenza non è razionale.
Difendere le scuole è legittimo. Difendere l’immobilismo politico, molto meno. E senza un cambio di rotta reale, fatto di strategia, rigore e responsabilità, non si va da nessuna parte.
