7 Settembre 2026
Europa

Difesa europea: 150 miliardi del fondo SAFE, ma chi decide chi riceve cosa?

Centocinquanta miliardi di euro per riarmare l’Europa. È questa la posta in gioco del regolamento SAFE, Security Action for Europe, lo strumento finanziario varato dall’UE per rafforzare le capacità difensive degli Stati membri di fronte a un continente sempre più instabile. Ma dietro la cifra imponente si nasconde una domanda politica tutt’altro che semplice: chi riceve quanto, e in base a quali criteri?

A sollevarla è il deputato europeo cipriota Loucas Fourlas, che in un’interrogazione scritta alla Commissione punta il dito su una tensione latente ma reale nel dibattito europeo sulla difesa: quella tra i Paesi baltici, che per la loro prossimità alla Russia dominano la narrativa della minaccia, e altri Stati membri che fronteggiano pericoli altrettanto concreti, ma meno visibili sui radar di Bruxelles.

Fourlas non fa giri di parole: Cipro e Grecia subiscono “minacce continue e comprovate” da un Paese non appartenente all’UE, un riferimento implicito alla Turchia, che non viene nominata ma che chiunque conosca la geopolitica mediterranea identifica immediatamente. Minacce che, sottolinea il deputato, “incidono direttamente sulla sicurezza dell’Unione”, ma che rischiano di restare in secondo piano rispetto all’attenzione politica monopolizzata dal fronte orientale.

La domanda, dunque, è triplice: quanto vale complessivamente il fondo SAFE? Come si garantisce una distribuzione equa basata su criteri oggettivi di minaccia? E quali meccanismi di controllo esistono per evitare che alcuni Stati membri vengano penalizzati rispetto ad altri?

A rispondere, ieri, è stato il Commissario Kubilius. Sul primo punto, la risposta è netta: il fondo SAFE dispone di 150 miliardi di euro in prestiti garantiti dall’UE, come stabilito dall’articolo 6 del regolamento. Fin qui, chiarezza.

Sul secondo punto, però, la risposta si fa più sfumata. Il regolamento non prevede alcuna chiave di distribuzione predefinita tra gli Stati membri. In altre parole, non esiste una formula automatica che assegni a ciascun Paese una quota proporzionale alla sua popolazione, al suo PIL o alla sua esposizione al rischio. Invece, la Commissione ha avviato una procedura basata sulle richieste volontarie degli Stati membri, invitati a indicare un importo indicativo di prestito sulla base della propria valutazione di rischi e necessità. Le richieste dovevano essere presentate entro il 30 novembre 2025.

L’allocazione definitiva, spiega Kubilius, tiene conto dei “fabbisogni di finanziamento esistenti e attesi di ciascuno Stato richiedente, nel rispetto dei principi di parità di trattamento, solidarietà, proporzionalità e trasparenza sanciti dall’articolo 8(5) del regolamento”.

Sul terzo punto, i meccanismi di controllo, la Commissione assicura che esistono linee guida e procedure standardizzate per tutte le fasi di attuazione dello strumento, dalla valutazione dei piani alle richieste di pagamento, progettate per garantire proporzionalità e parità di trattamento.

Quando i principi non bastano.

La risposta della Commissione è formalmente ineccepibile. Ma lascia aperto il problema politico sollevato da Fourlas. Se non esiste una chiave di distribuzione oggettiva, e se l’allocazione dipende in larga misura dalle richieste che gli Stati membri presentano autonomamente, il rischio è che i Paesi più capaci di articolare le proprie esigenze, o più vicini al centro del dibattito politico europeo, ottengano risorse sproporzionate rispetto a chi, pur fronteggiando minacce altrettanto reali, ha meno voce in capitolo.

Il caso di Cipro è emblematico. L’isola è l’unico Stato membro dell’UE ad avere parte del suo territorio occupata militarmente da un Paese terzo, la Turchia, candidato ufficiale all’adesione UE, da oltre cinquant’anni. Eppure, nel dibattito europeo sulla difesa, questa situazione fatica a trovare lo stesso spazio e la stessa urgenza riconosciuti alle minacce provenienti dalla Russia.

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