Difesa comune e minacce alla Grecia: la Turchia può davvero partecipare allo strumento di difesa comune SAFE?
Può uno Stato che minaccia apertamente diversi Paesi membro dell’Unione europea partecipare a programmi di finanziamento per la difesa comune? È la domanda — scomoda — che l’eurodeputato greco Georgios Aftias (PPE) ha rivolto alla Commissione europea in un’interrogazione scritta, riferendosi alla possibile inclusione della Turchia nello strumento SAFE, il nuovo meccanismo europeo per rafforzare la base industriale della difesa.
Il contesto è noto: le minacce ricorrenti di Ankara contro la Grecia e Cipro in particolare sulla questione del casus belli e del diritto internazionale del mare e dell’occupazione del Nord dell’Isola cipriota, sono un punto di attrito costante tra i tre Paesi. Eppure, osserva Aftias, l’Unione sembra procedere verso una cooperazione militare e industriale anche con chi continua a mettere in discussione la sovranità di uno Stato membro.
La richiesta dell’eurodeputato è chiara: come può la Commissione giustificare la partecipazione della Turchia a programmi di difesa comuni, quando non ha mai ritirato la minaccia di guerra contro la Grecia e Cipro, basata, per esempio, sul casus belli votato dal Parlamento turco nel 1995 in caso di estensione delle acque territoriali greche nel Mar Egeo a 12 miglia?
Secondo Aftias, le condizioni poste dallo strumento SAFE (che consente la cooperazione anche con Paesi terzi, ma “compatibili” con i principi dell’Unione) verrebbero violate nel caso della Turchia, che continua a comportarsi da potenza revisionista.
A sostegno della sua posizione, l’eurodeputato cita anche l’articolo 42(7) del Trattato sull’Unione europea, che prevede assistenza obbligatoria a un Paese membro aggredito. Una disposizione, osserva, che rischia di diventare lettera morta se poi l’UE permette che lo stesso potenziale aggressore partecipi alla definizione della sua politica di difesa.
Il nodo posto da Aftias non è meramente tecnico, ma politico e strategico: l’Unione europea può davvero costruire una politica di difesa credibile se tollera che un Paese terzo, guidato da un governo che mantiene un linguaggio bellicoso verso un membro dell’Unione, sia considerato partner affidabile?
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