11 Agosto 2026
Europa

Deficit democratico nell’UE, Androuet: “La Commissione non rispetta le leggi europee”

La Commissione europea giudice di sé stessa? È questa, in sostanza, la denuncia che l’eurodeputata francese Mathilde Androuët, del gruppo Patrioti per l’Europa, formalizzata in un’interrogazione scritta con l’obiettivo di fare luce su un tema scomodo che tocca le fondamenta dello Stato di diritto all’interno dell’Unione.

Il rapporto autocelebrativo della Commissione von der Leyen verso la legge europea.

Al centro della polemica c’è il rapporto della Commissione COM(2024) 358 sull’applicazione del diritto dell’UE, che diversi esperti hanno bollato come “autocelebrativo” e lacunoso. Tra i critici più autorevoli figurano i professori Schulte-Nölke e McGuire dell’Università di Osnabrück, intervenuti il 15 luglio 2025 a un seminario della Commissione per gli affari giuridici del Parlamento europeo. I due accademici hanno smontato l’approccio puramente statistico del documento, accusandolo di ignorare sistematicamente le cosiddette “zone grigie”, ovvero quei casi in cui la Commissione decide per ragioni politiche di non aprire procedure di infrazione, sottraendosi di fatto a qualsiasi controllo esterno.

Il caso Malta Gaming Act.

A titolo esemplificativo, Androuët cita il caso del Malta Gaming Act, una vicenda durata dal 2023 al 2025 in cui la Commissione avrebbe scelto di non procedere nonostante possibili profili di incompatibilità con il diritto europeo. Un episodio che, secondo la deputata, conferma l’esistenza di un “deficit democratico strutturale” nel sistema di controllo sull’applicazione delle norme UE e di una “preoccupante mancanza di trasparenza” nelle decisioni di archiviazione.

Circostanze che pongono sempre più interrogativi verso la Commissione europea, da sempre contraria all’introduzione di una supervisione indipendente e scientifica sull’applicazione del diritto dell’UE, sottraendosi così a una valutazione terza e imparziale.

Una discrezionalità, sostiene l’esponente del PfE, che si traduce “in un’applicazione selettiva e arbitraria del diritto europeo, con trattamenti differenziati tra Stati membri”.

La risposta della Commissione: “Siamo il guardiano dei Trattati”.

Ieri, il commissario Dombrovskis, intervenuto sul provvedimento, ha scelto la via della difesa istituzionale senza cedere terreno su nessuno dei punti sollevati.

Sul primo quesito, la Commissione ha ribadito con fermezza che il ruolo di “guardiano dei Trattati” le è conferito direttamente dai Trattati europei e che le decisioni sull’apertura e la prosecuzione delle procedure di infrazione rientrano nella sua prerogativa esclusiva, adottate collegialmente dal Collegio dei commissari “dopo un’analisi dettagliata dei fatti e delle norme in gioco”. Nessuna apertura, dunque, verso forme di supervisione esterna o indipendente.

Sul secondo punto, Dombrovskis ha richiamato le Comunicazioni del 2016 e del 2022 sull’attività di enforcement, sostenendo che esse stabiliscono criteri chiari e trasparenti per l’approccio strategico della Commissione. Ha inoltre sottolineato come ogni commissario pubblichi ormai un “Rapporto annuale” sui progressi in materia di semplificazione, attuazione e applicazione del diritto, trasmesso alle competenti commissioni del Parlamento europeo e alle formazioni del Consiglio. Il tutto è stato integrato da un Rapporto di sintesi adottato dalla Commissione il 21 ottobre 2025.

Una questione di sistema.

La replica di Bruxelles, pur formalmente ineccepibile sul piano procedurale, non scioglie il nodo politico sollevato da Androuët. Affermare di essere trasparenti attraverso rapporti redatti dalla Commissione stessa non equivale a sottoporsi a un controllo indipendente.

foto European Parliament 2020, Jean Van De Vel