Decreto Sicurezza, la magistratura insorge: “A rischio il diritto di difesa”
La Giunta esecutiva centrale dell’Associazione Nazionale Magistrati non usa mezzi termini: le novità inserite nel decreto Sicurezza durante l’esame parlamentare mettono a rischio uno dei pilastri fondamentali dello Stato di diritto, il diritto di difesa.
In una nota diffusa il 18 aprile, l’ANM si dice sconcertata e si schiera apertamente al fianco dell’avvocatura, che nelle stesse ore aveva già alzato la voce contro le modifiche al testo.
Il nodo del contendere.
Due sono le misure finite nel mirino dei magistrati. La prima riguarda l’introduzione di incentivi economici per i migranti che accettano il rimpatrio volontario, una previsione che, secondo l’ANM, lega il riconoscimento di un premio all’insuccesso della strategia difensiva del soggetto interessato. La seconda stringe i cordoni del patrocinio a spese dello Stato nei procedimenti di impugnazione dei provvedimenti amministrativi di espulsione: in pratica, chi non ha mezzi economici si troverebbe con meno tutele proprio nelle situazioni in cui ne avrebbe più bisogno.
La critica dell’ANM è netta e va oltre il piano tecnico-giuridico. Collegare un beneficio economico all’esito negativo di un percorso di difesa significa, di fatto, disincentivare l’esercizio stesso di quel diritto. È una stortura di sistema che i magistrati bollano come illogica ancor prima che incostituzionale.
“In ogni ambito, il diritto di difesa deve rimanere pieno, libero e concretamente accessibile”, scrive la Giunta. “Senza essere piegato a logiche diverse.”
Il presidio dello Stato di diritto.
Dietro la nota dell’ANM c’è una preoccupazione che travalica il singolo decreto: quella di vedere la tutela giurisdizionale svuotata progressivamente di contenuto reale, trasformata in una garanzia formale inaccessibile per chi non ha i mezzi per esercitarla. Una difesa sulla carta, insomma, che nella pratica non esiste.
Per i magistrati, la posta in gioco è alta: non si tratta solo della sorte di singoli migranti di fronte a un provvedimento di espulsione, ma della tenuta complessiva di un sistema giudiziario che deve ispirare fiducia a tutti i cittadini. E quella fiducia, avvertono, si costruisce garantendo che il diritto di difesa non dipenda dal portafoglio, né venga compresso per ragioni di opportunità politica.
Il messaggio all’esecutivo è chiaro: ci sono confini che la legge non dovrebbe attraversare. E questo decreto, nelle sue ultime formulazioni, li avrebbe già superati.
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