Decreto flussi, quasi 500mila ingressi in tre anni: ma il sistema continua a non funzionare
Quasi mezzo milione di ingressi autorizzati in tre anni. È il dato di punta del decreto flussi 2026-2028, approvato dal Consiglio dei Ministri lo scorso giugno e già in vigore: 497.550 cittadini di Paesi terzi ammessi in Italia per motivi di lavoro nel triennio, così suddivisi: 164.850 per il 2026, 165.850 per il 2027 e 166.850 per il 2028. Un record assoluto, che supera il piano triennale precedente e che si traduce, per il solo 2026, in 164.850 ingressi autorizzati, suddivisi tra lavoro stagionale (88.000), lavoro subordinato non stagionale (76.200) e lavoro autonomo (650).
Numeri imponenti, che però cozzano con una realtà ben diversa. Perché il decreto flussi italiano ha un problema strutturale che lo accompagna da anni: le quote autorizzate e i lavoratori che effettivamente arrivano e trovano un impiego regolare sono due cose molto diverse.
Il paradosso evidenziato dalla campagna “Ero Straniero”.
I dati raccolti dalla campagna “Ero Straniero” sono impietosi. Nel 2025 i lavoratori stranieri entrati in Italia sono stati molti meno di quanti ne erano stati programmati: erano stati previsti 181.450 ingressi regolari, ma alla fine sono stati rilasciati permessi di soggiorno per sole 14.349 persone, pari al 7,9% del totale. In altre parole, per ogni dodici lavoratori stranieri che il governo aveva teoricamente invitato a venire in Italia, ne è arrivato poco più di uno.
Non è un’anomalia recente. Nel 2024 solo il 7,8% delle quote di ingressi stabilite dal governo si era trasformato in permessi di soggiorno e impieghi stabili: 9.331 domande concluse su un totale di 119.890 quote assegnate. Nel 2023 la percentuale era stata del 13%. Un trend in peggioramento, dunque, che segnala qualcosa di più profondo di un semplice intoppo burocratico.
Cosa non funziona: click day, truffe e colli di bottiglia.
Le cause del fallimento sistemico sono note e documentate. Il meccanismo del click day, i giorni prestabiliti in cui i datori di lavoro possono presentare le domande online, genera code virtuali, ingorghi e disparità tra chi ha le risorse per navigare la procedura e chi no. Lungo la procedura ci sono diversi colli di bottiglia: il processo burocratico per presentare la richiesta è particolarmente lungo e pesante per i datori di lavoro.
C’è poi il fenomeno delle truffe: spesso capita che un lavoratore ottenga il visto, arrivi in Italia e scopra che la sua azienda non esiste davvero, o non è più disposta a metterlo sotto contratto. A beneficiarne sono soprattutto gli intermediari e gli imprenditori che sfruttano il fatto che le persone nel frattempo siano diventate irregolari per offrire loro contratti in nero. Un sistema perverso che trasforma il percorso legale in un’anticamera dell’irregolarità.
Il nodo demografico che nessuno vuole affrontare.
Dietro i numeri del decreto flussi si staglia però una questione ancora più grande, che la politica italiana continua a trattare con imbarazzo: il fabbisogno strutturale di manodopera straniera in un Paese demograficamente in crisi. Senza migrazioni, ipotizzando tassi di occupazione uguali a quelli del 2024, gli occupati in Italia sono destinati a diminuire di circa 300.000 unità all’anno.
Al 1° gennaio 2024 vivono in Italia 5,3 milioni di cittadini stranieri, pari all’8,9% della popolazione residente, in lieve crescita rispetto all’anno precedente. La presenza si concentra soprattutto nel Centro-Nord (83,2%). Guardando ai numeri europei, l’Italia resta sotto la Germania, dove gli stranieri sono il 14,6%, e la Spagna (12,7%), ma sopra la Francia (8,2%).
Il paradosso italiano, in sintesi, è questo: il Paese ha bisogno di lavoratori stranieri per tenere in piedi il sistema produttivo e il welfare, li autorizza sulla carta in numeri record, ma poi non riesce a farli arrivare, o li fa arrivare nell’irregolarità. Un cortocircuito che costa caro a tutti: agli imprenditori che non trovano manodopera, ai lavoratori che finiscono sfruttati, e a uno Stato che perde gettito fiscale e contributi previdenziali.
