Dazi e investimenti, Livolsi: “La guerra commerciale americana rimescola la geografia industriale globale”.
La guerra commerciale rilanciata da Donald Trump con l’aumento dei dazi rischia di ridisegnare le rotte degli investimenti internazionali. È quanto sostiene l’esperto di finanza d’impresa Ubaldo Livolsi, docente di Corporate Finance e fondatore di Livolsi & Partners, in un’analisi che mette a fuoco i nuovi equilibri tra Stati Uniti, Europa e resto del mondo.
Dopo l’Inflation Reduction Act (IRA) varato nel 2022 dall’amministrazione Biden – un pacchetto da oltre 370 miliardi di dollari in incentivi e crediti d’imposta per l’energia pulita e l’industria strategica – ora anche i dazi promessi da Trump stanno spingendo molte imprese a ripensare la loro presenza geografica. “Produrre negli Stati Uniti – spiega Livolsi – potrebbe diventare l’unico modo per evitare barriere doganali sempre più aggressive”.
Se da un lato i dati del primo trimestre 2025 mostrano un calo degli investimenti diretti esteri nel manifatturiero USA (da 79,9 a 52,8 miliardi di dollari), dall’altro i progetti annunciati nei primi quattro mesi dell’anno superano i 200 miliardi di dollari, secondo il Peterson Institute for International Economics. Tra gli esempi più significativi: Volkswagen raddoppia gli investimenti negli USA per conquistare il 10% del mercato; BASF riduce la produzione europea per potenziare quella americana; Ferrero ha appena acquisito la statunitense WK Kellogg per 3,1 miliardi di dollari.
Nel frattempo, osserva Livolsi, l’Unione Europea appare in affanno, stretta tra negoziati incerti con Washington e risposte interne poco incisive. “Gli strumenti ci sono: dagli IPCEI al Chips Act, dal Green Deal Industrial Plan al nuovo Clean Industrial Deal da 100 miliardi, ma tutto è troppo lento e frammentato”. L’Italia, con la sua struttura manifatturiera e le sue eccellenze settoriali, è uno dei Paesi più vulnerabili. Una realtà di fatto, ben fotografata anche dall’ultima ricerca dell’Eurostat, secondo la quale il “Bel Paese” negli ultimi anni ha perso un 1,1% all’anno della sua capacità manufatturiera.
Ma la vera sfida, conclude Livolsi, è rendere l’Italia attrattiva per gli investimenti: “Meno burocrazia, tempi certi per le autorizzazioni, un fisco stabile e infrastrutture adeguate: è questo che chiedono le imprese, italiane ed estere. Altrimenti, rischiamo di restare indietro in una competizione globale che non aspetta nessuno”.
Allargando, quindi, lo spettro della riflessione, si potrebbe dire che la questione dei dazi americani, fatte salve le criticità per l’export europeo, sia strumentale per una istituzione Ue (e a cascata dei Paesi membri). Un possibile capro espiatorio usato ad arte per giustificare l’assenza di correttivi mirati a liberare le economie europee dai gangli della burocrazia e della scarsa competitività.
