Data center nel Sulcis: l’USB manda una lettera alla capa del “governo dei migliori”
Un pozzo di miniera dismesso, un progetto di data center per l’intelligenza artificiale, e una terra , il Sulcis Iglesiente, che da decenni convive con la promessa mai mantenuta della “riconversione”. È lo scenario al centro di una lettera aperta che la USB Federazione del Sociale Sardegna ha indirizzato alla presidente della Regione, Alessandra Todde, chiedendo di bloccare ogni autorizzazione fino a quando non saranno resi pubblici i dati reali su consumi idrici, energetici e occupazione.
Il progetto, denominato “Digital Vault Sulcis”, nasce dalla collaborazione tra la società Energy Vault e Carbosulcis e prevede la realizzazione di un data center nel sito minerario di Monte Sinni, presentato dai proponenti come esempio di riconversione ecologica del territorio. Ma il sindacato non usa mezzi termini: parla di un “cavallo di Troia della speculazione energetica e idrica” e boccia l’operazione senza appello.
Il probelma del consumo dell’acqua: dighe al 7%.
Il primo terreno di scontro è quello idrico. Il Sulcis, ricorda la USB, non vive un’emergenza contingente ma una crisi idrica strutturale: a fine ottobre 2025 le dighe di Punta Gennarta e Medau Zirimilis trattenevano appena il 7,2% della loro capacità, un dato che ha portato l’Autorità di bacino a certificare una condizione di “grave crisi idrica”. In questo contesto, denuncia il sindacato, l’azienda non ha ancora reso nota una stima ufficiale del fabbisogno idrico dell’impianto, un’incognita non trascurabile, trattandosi di server che richiedono sistemi di raffreddamento a elevato consumo d’acqua.
La bolletta energetica e il paradosso rinnovabile.
Sul fronte energetico, la USB collega il caso Monte Sinni alla più ampia “occupazione eolica e solare” che sta interessando l’isola, un processo che, sostiene il sindacato, non si traduce in un calo delle bollette per i sardi ma alimenta i profitti di società estere. Il data center, secondo i dati riportati nella lettera, dovrebbe assorbire una potenza compresa tra i 20 MW già autorizzati e i 100 MW previsti a regime. Un dato che il sindacato inquadra in una tendenza nazionale: circa cinquecento richieste di allacciamento per data center in Italia varrebbero complessivamente 79 GW, cento volte la capacità realmente installata nel Paese, secondo cifre attribuite a Enel.
Lavoro: la promessa dei “minatori riqualificati”.
Sul capitolo occupazionale, l’USB contesta la narrazione dei 400 posti di lavoro l’anno legati alla riconversione dei minatori. Il sindacato chiede quanti di questi contratti saranno realmente a tempo indeterminato e quanti richiederanno competenze , come la manutenzione di cavi sottomarini e server rack, che un ex minatore semplicemente non possiede.
La previsione, secondo l’USB, è che la stragrande maggioranza dell’occupazione sarà precaria e legata alla fase di cantiere, mentre i pochi ruoli tecnici stabili verranno probabilmente ricoperti da personale specializzato portato da fuori regione. “Non è sviluppo, è assistenzialismo mascherato da high-tech”, si legge nella lettera, che rivendica invece la necessità di investimenti in industria manifatturiera, agricoltura sostenibile e turismo identitario.
Il solito leit motiv politico: una scelta calata dall’alto.
È qui che la vicenda del Sulcis smette di essere solo una storia locale e diventa il sintomo di un problema più ampio nel metodo con cui l’esecutivo nazionale gestisce le grandi partite industriali. Il 5 agosto 2025 il Consiglio dei Ministri ha dichiarato la miniera di Monte Sinni di “preminente interesse strategico nazionale”, una qualifica che ha permesso di bypassare le procedure ordinarie attraverso la nomina di un commissario straordinario. È esattamente il meccanismo che l’USB mette sotto accusa quando chiede “dov’è il dibattito pubblico? Dove sono le assemblee popolari? Dove sono le valutazioni ambientali strategiche che la Regione dovrebbe pretendere?”. Che si tratti dello stesso “modello Sos Enattos?”.
Il punto, denunciano dal sindacato, non riguarda soltanto il merito del progetto ma il metodo: decisioni di impatto strategico su acqua, energia e territorio vengono sottratte al confronto locale e affidate a poteri sostitutivi decisi a Roma. È la cifra di un “governo dei migliori” che, nella lettura dell’USB, si autolegittima attraverso la retorica dell’emergenza e dell’interesse nazionale, aggirando di fatto gli strumenti ordinari di partecipazione democratica e di valutazione ambientale , mentre a pagare il conto, in termini di risorse idriche, energetiche e di lavoro precario, resta il territorio.
L’appello alla Regione Sardegna.
La lettera si chiude con una richiesta netta alla presidente Todde: sospendere ogni iter autorizzativo fino alla pubblicazione dei dati reali su consumi idrici, energetici e occupazione stabile, e convocare un tavolo di confronto pubblico nel Sulcis. In caso contrario, avverte la USB, “troverà il popolo sardo in piazza”.
“Il Sulcis non è la Silicon Valley , si legge nella chiusura del documento. È la nostra casa, è la Sua casa.”
