14 Ottobre 2026
Europa

Dall’F-35 al cantiere: Trump vuole ricostruire l’Iran?

C’è una logica, nella visione di Donald Trump, che ha il pregio almeno della coerenza: si bombarda, si distrugge, e poi si fattura la ricostruzione. Stavolta il teatro è l’Iran, e il presidente americano non fa nemmeno finta di nascondere il ragionamento dietro un velo di retorica umanitaria.

“Qualcuno dovrà costruire tutte quelle infrastrutture iraniane: nuovi ponti, nuovi impianti e nuove centrali elettriche. Si parla di mille miliardi di dollari, forse di più, ha dichiarato Trump in un’intervista ad ABC News, con la disinvoltura di chi discute un affare immobiliare piuttosto che le conseguenze di un conflitto armato.

Quando l’intervistatore ha evocato il Piano Marshall , il programma con cui Washington aiutò (si fa per dire visto la perdita di sovranità legata a quella scelta) l’Europa a rialzarsi dopo la Seconda Guerra Mondiale , Trump ha annuito, salvo precisare la differenza sostanziale: in cambio della ricostruzione, gli Stati Uniti otterrebbero la metà del petrolio iraniano

La guerra come strumento di sviluppo nazionale.

Il schema è diventato un classico dell’interventismo americano: l’apparato militare apre la strada, l’apparato industriale segue. L’Iraq insegna. L’Afghanistan insegna. Ogni volta, la narrazione ufficiale ha parlato di libertà, democrazia, stabilità regionale. Ogni volta, dietro c’erano contratti miliardari, concessioni petrolifere, appalti per la ricostruzione affidati a società con solide connessioni a Washington.

Con Trump, almeno, cade anche la finzione. Non si parla di liberare il popolo iraniano. Si parla di affari.

Devastare per poi ricostruire: il cerchio perfetto.

Ciò che colpisce (forse) non è solo il cinismo della proposta, ma la sua condivisione pubblica e orgogliosa. Trump presenta il coinvolgimento americano nella ricostruzione come una naturale conseguenza del conflitto, senza che nessuno sembri trovare imbarazzante il fatto che siano stati gli Stati Uniti ad avviare quella devastazione.

È il modello del doppio dividendo della guerra: si incassa durante la fase militare e si mettono le basi per l’azione economico-civilistica nella fase successiva. Le infrastrutture distrutte non sono un danno collaterale da rimpiangere, ma un mercato futuro da presidiare.

In questo schema, la pace non è la fine del guadagno: è solo l’inizio di un altro tipo di affare.

foto press.donaldjtrump.com