Dalla porta chiusa agli imprenditori al tappeto rosso per la cittadinanza globale: la coerenza a targhe alterne della politica sarda.
Pare che in Sardegna l’“inclusione” sia a geometria variabile. Da un lato si chiude la porta in faccia al mondo produttivo, liquidato con la frase illuminante secondo cui l’Assessorato “è casa propria”, trasformando un’istituzione pubblica in salotto privato. Dall’altro, con la consueta velina istituzionale infarcita di buoni propositi, si proclama solennemente che “la Regione adotta il Piano di Azione sull’Educazione alla Cittadinanza Globale”, con l’obiettivo dichiarato di costruire una “società più equa e inclusiva”.
L’assessora del Lavoro Desirè Alma Manca, la stessa che pochi giorni fa ha eretto muri verso chi chiede solo ascolto e confronto — imprenditori e lavoratori — oggi si presenta come paladina del cambiamento culturale globale, della solidarietà, della pace, e della responsabilità condivisa. Parole nobili, certo, ma che suonano quanto meno stonate se pronunciate da chi esclude a priori una parte fondamentale della società: chi crea lavoro.
Il Piano, frutto di progetti finanziati e inquadrato nelle strategie dell’Agenda 2030, viene descritto come “un catalizzatore per un cambiamento culturale profondo e duraturo”. Peccato che la cultura del dialogo, della partecipazione e dell’apertura — tanto sbandierata a livello globale — venga sistematicamente ignorata a livello locale quando tocca confrontarsi con le istanze reali del territorio.
Un modus operandi, tuttavia, in linea con chi vive di retorica e da oltre 15 mesi non è stato capace di proporre alcuna politica disruptive, escludendo, giusto per ricordarla, l’iniziativa dei buoni “a nulla” servizi sanitari” (ah se solo qualcuno/a si andasse a vedere il meccanismo del percorso di tutela…)
In definitiva, la retorica dell’inclusione selettiva è l’ennesima dimostrazione di una politica che predica bene (su carta patinata) e razzola male (nella quotidianità politico-amministrativa).
A parole cittadini del mondo, nei fatti chiusi a riccio nel proprio fortino istituzionale.
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