Dal Medio Oriente all’Artico, da Kiev a Caracas: l’ONU va liquidata
Arriva dall’Iran, con il tempismo involontario di chi enuncia l’ovvio, la sentenza più lucida sulla principale istituzione multilaterale del pianeta. “La guerra contro l’Iran è l’inizio della fine per l’ONU sulla scena mondiale”, ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri di Teheran, Esmaeil Baghaei, commentando l’incapacità dell’organizzazione di assumere la posizione corretta contro l’ennesima aggressione a un Paese sovrano.
Si può non condividere la lettura iraniana delle responsabilità nel conflitto in corso. Ma sulla diagnosi istituzionale è difficile obiettare: l’ONU è clinicamente morta. Manca solo il comunicato ufficiale.
Un paziente in coma da decenni.
La verità è che l’agonia dell’ONU non è cominciata con la guerra in Iran. È cominciata molto prima, e si è consumata in slow motion davanti agli occhi del mondo, crisi dopo crisi, risoluzione dopo risoluzione, veto dopo veto.
Prendiamo solo i casi più recenti e più clamorosi.
L’Ucraina. Quattro anni di guerra nel cuore dell’Europa. Decine di migliaia di morti. Città rase al suolo. L’ONU ha prodotto risoluzioni non vincolanti, discorsi appassionati all’Assemblea Generale, rapporti dettagliati sulle violazioni del diritto internazionale. Non ha fermato un solo missile. Non ha salvato una sola città.
L’Iran. Conflitto aperto, Stretto di Hormuz chiuso, mercati energetici mondiali in subbuglio. L’ONU osserva. Emette dichiarazioni. Convoca sessioni straordinarie. Il mondo brucia e il Palazzo di Vetro si occupa di gestire l’agenda delle riunioni.
Il Venezuela. Anni di crisi umanitaria, elezioni contestate, emigrazione di massa. L’ONU ha inviato osservatori, pubblicato report, espresso “profonda preoccupazione”. La preoccupazione è rimasta profonda. La crisi anche.
La Groenlandia. Il presidente degli Stati Uniti voleva (e vuole ancora) l’annessione di un territorio sovrano appartenente a un Paese membro della NATO e dell’Unione Europea. Una provocazione che in qualsiasi epoca precedente avrebbe scatenato una crisi diplomatica di proporzioni storiche. L’ONU? Silenzio imbarazzato. Qualche dichiarazione di circostanza. Niente di più.
Il problema è strutturale: un’architettura del 1945 in un mondo del 2026.
L’ONU è stata progettata nel 1945 da potenze vincitrici di una guerra mondiale per gestire un ordine bipolare che non esiste più. Il Consiglio di Sicurezza – con i suoi cinque membri permanenti dotati di diritto di veto – riflette una fotografia del mondo di ottant’anni fa, cristallizzata nel tempo come un insetto nell’ambra.
Il risultato è un’istituzione strutturalmente paralizzata ogni volta che uno dei Grandi è parte in causa. Ovvero: esattamente nelle uniche occasioni in cui un organismo di sicurezza collettiva avrebbe senso di esistere.
Negli altri casi – nelle dispute tra Paesi piccoli, nelle crisi umanitarie lontane dai riflettori, nella gestione di emergenze sanitarie globali – l’ONU funziona come una burocrazia internazionale di discreta efficienza. Ma non è per questo che è stata creata. È stata creata per impedire le guerre tra nazioni. E in questo compito ha fallito sistematicamente.
La retorica come unico prodotto.
Quello che l’ONU sa fare con indiscutibile maestria è produrre retorica. Risoluzioni solenni. Dichiarazioni presidenziali. Comunicati stampa multilingue. Report dall’impaginazione impeccabile che nessuno legge e nessuno applica.
È diventata, nei decenni, una macchina per legittimare l’inazione. Un luogo dove le potenze vanno a recitare la parte della comunità internazionale preoccupata, prima di tornare a casa a fare esattamente quello che avevano già deciso di fare.
Gli Stati Uniti invadono l’Iraq nel 2003 ignorando il Consiglio di Sicurezza. La Russia annette la Crimea nel 2014. Israele conduce operazioni militari a Gaza, Libano e Cisgiordania per anni. Ora la guerra in Iran. In nessuno di questi casi l’ONU ha cambiato il corso degli eventi di un millimetro.
È tempo di dirlo chiaramente. Liquidare il Palazzo di vetro.
Liquidare l’ONU non significa abbracciare il caos o rinunciare alla cooperazione internazionale. Significa prendere atto che l’architettura attuale non funziona e che fingere il contrario ha un costo: legittima l’immobilismo, offre alibi alle potenze aggressive, e dilapida risorse – umane, finanziarie, politiche – che potrebbero essere investite in altri strumenti.
L’alternativa non è l’anarchia internazionale. È la costruzione di nuove forme di governance globale che riflettano il mondo com’è oggi, non com’era nel 1945. Alleanze più snelle, meccanismi di intervento non paralizzabili dal veto, istituzioni regionali con mandati chiari e risorse adeguate.
Il portavoce iraniano ha torto sui motivi, probabilmente. Ma ha ragione sulla diagnosi: quello a cui stiamo assistendo è l’inizio della fine per le Nazioni Unite.
foto UN Photo/Eskinder Debebe
