Da Tusk alla Commissione Ue tutti rilancia sul riarmo: una strategia figlia di debolezza e marginalità.
“L’Europa rischia il collasso se smette di riarmarsi”. È l’avvertimento lanciato nuovamente dal primo ministro polacco Donald Tusk, che torna a invocare unità e potenza militare come unica risposta alla crescente irrilevanza geopolitica dell’Unione europea. Un messaggio che fotografa, più che una strategia di forza, lo stato di debolezza strutturale di un’Ue sempre più marginale nello scenario internazionale.
“Nessuno prenderà sul serio un’Europa debole e divisa: né i nemici né gli alleati”, ha scritto Tusk su X. “Dobbiamo credere nella nostra forza, continuare a riarmarci e restare uniti come mai prima. Uno per tutti e tutti per uno. Altrimenti siamo finiti”. Parole che arrivano all’indomani dell’attacco statunitense al Venezuela e delle dichiarazioni del presidente Usa Donald Trump sulle rivendicazioni territoriali americane sulla Groenlandia, parte della Danimarca.
Il contesto è rivelatore. Di fronte a un alleato americano sempre più assertivo e imprevedibile – Trump lo ha dimostrato con l’operazione che ha portato al “sequestro di persona” di Nicolas Maduro -, e a un sistema internazionale in rapido mutamento, l’Unione europea fatica a elaborare una visione politica autonoma. Priva di una reale capacità diplomatica comune, divisa su politica estera e sicurezza, l’Ue sembra aver smarrito ogni altra argomentazione se non quella del riarmo.
Una linea che ormai attraversa tutti i livelli istituzionali: dalla Commissione europea, che spinge (a danno delle risorse per il prossimo bilancio Ue 2028-34) per l’aumento della spesa militare e per una difesa comune declinata prevalentemente in chiave industriale e bellica, fino al Parlamento europeo e ai governi dei 27 Stati membri, sempre più allineati su una retorica securitaria. Il riarmo diventa così non uno strumento all’interno di una strategia, ma la strategia stessa. Il solo collante che può tenere insieme una Unione europea di “estranei”.
Il paradosso è evidente: mentre l’Unione perde peso politico e autorevolezza diplomatica, risponde alla propria inconsistenza rilanciando sulla forza militare, senza aver risolto le profonde fratture interne né definito un progetto politico credibile. In questo quadro, l’appello di Tusk appare meno come un segnale di rinnovata fiducia europea e più come la conferma di un’Europa che, non sapendo più come contare, tenta di farsi ascoltare mostrando muscoli che non ha.
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