15 Agosto 2026
EuropaPolitica

Da “terrorista” a partner: la parabola di Ahmad al-Sharaa e la realpolitik americana.

La geopolitica cambia le cose. Fino a pochi anni fa, Ahmad al-Sharaa era un nome associato ai gruppi ribelli islamisti che avevano combattuto il regime di Bashar al-Assad, in un conflitto che per oltre un decennio ha devastato la Siria. Oggi, lo stesso uomo siede nei salotti diplomatici di Washington, accolto come interlocutore legittimo e potenziale alleato.

Oggi, Sharaa ha incontrato nella capitale statunitense i rappresentanti delle organizzazioni siriane presenti negli Stati Uniti, parlando di “cooperazione” e di “ricostruzione del Paese”. L’incontro si è svolto poche ore dopo la rimozione del suo nome dalla lista nera delle sanzioni antiterrorismo da parte del Tesoro americano — un gesto che segna una brusca virata della politica occidentale verso Damasco.

La diplomazia del doppio standard.

Per la realpolitik di Washington, la memoria è corta… e selettiva. Gli stessi apparati che per due decenni hanno alimentato la “guerra globale al terrorismo”, dal Vietnam all’Iraq, dall’Afghanistan all’Iran, oggi si scoprono pronti a riabilitare un ex combattente delle milizie islamiste pur di garantirsi un avamposto strategico nel cuore del Medio Oriente.

Il leader siriano, ex comandante di una delle fazioni ribelli poi confluite nel Fronte di Liberazione Siriana, è diventato nell’arco di pochi mesi il volto “moderato” di una Siria post-Assad: la figura utile per aprire i rubinetti della ricostruzione, firmare contratti energetici e assicurare nuovi equilibri regionali in chiave anti-iraniana e anti-russa.

“Le sanzioni sono nella loro fase finale,” ha dichiarato Sharaa, “e dobbiamo continuare a lavorare per la loro completa rimozione”. Una frase che suona come una stretta di mano all’Occidente, più che un messaggio ai siriani.

Washington, di fatto, ha aperto le porte al nuovo leader siriano, un tempo vicino ai movimenti jihadisti. Dimenticati i principi, restano gli interessi.

Gli Stati Uniti e la memoria selettiva.

A Washington, la visita di Sharaa — atteso lunedì 10 novembre alla Casa Bianca per un incontro con il presidente Donald Trump — è presentata come un passo verso “la stabilità in Medio Oriente”. Ma per molti osservatori, si tratta dell’ennesimo esempio di doppio standard della politica estera americana: condannare i “terroristi” quando minacciano gli interessi statunitensi, e riabilitarli quando possono servire alla geopolitica del momento.

È un copione già visto: i mujaheddin afghani sostenuti negli anni ’80, l’invasione dell’Iraq del 2003, l’appoggio alle “primavere arabe” selettive e la successiva ritirata dal caos che ne è seguito. Ora, tocca alla Siria: un laboratorio dove la democrazia occidentale (Ue compresa, con i suoi 2,5 miliardi di euro erogati sulla “fiducia” al regime dell’ex terrorista di al-Qaeda), si piega ancora una volta alle logiche del mercato e dell’influenza strategica.

Una Siria da ricostruire, ma a quale prezzo.

Dalla caduta di Bashar al-Assad nel 2024, il nuovo governo di transizione guidato da Sharaa promette riforme e stabilità. Ma dietro la narrativa ufficiale, emergono già i contorni di una ricostruzione condizionata: capitali americani ed europei pronti a entrare in Siria in cambio di concessioni economiche e basi di influenza.

Nel frattempo, gli Stati Uniti si presentano come garanti della “nuova Siria democratica” — la stessa che, solo pochi anni fa, combattevano in nome della lotta al terrorismo.

foto Thewhitehouse.gov