15 Aprile 2026
Europa

Da “presidente della pace” al pantano in Iran. La parabola discendente di Trump è in corso

Donald Trump era entrato nel suo secondo mandato con l’ambizione di passare alla storia come “presidente della pace”, aspirando persino al Nobel. Eppure gli eventi recenti lo hanno travolto e, stando alla logica, l’unico premio per la pace per il tycoon resterà quello regalato dalla leader dell’opposizione venezuelana María Corina Machado, vincitrice del Premio Nobel per la Pace 2025.

Dopo aver contribuito (come affermato dalla foraggiata “stampa mainstream”) a chiudere diversi conflitti regionali tra cui la complessa guerra di Gaza – dove si continua a morire nonostante il cessate il fuoco – la spirale tra Teheran e Tel Aviv e il crollo dei negoziati ginevrini hanno ristretto drammaticamente gli spazi di manovra diplomatica. Negoziati, vale la pena ricordarlo, nel corso del quale gli USA e Israele, lo dicono i tempi delle manovre militari del 28 febbraio, già pianificavano un altro attacco in Iran, dopo l’operazione Midnight Hammer dell’estate 2025.

Fin dall’inizio, l’amministrazione americana aveva apparentemente scelto la via diplomatica, avviando negoziati indiretti con Teheran attraverso la mediazione dell’Oman. Il primo round di colloqui, tenutosi a Muscat il 12 aprile 2025, si concluse senza risultati concreti. Un nuovo tentativo seguì il 6 febbraio 2026, sempre a Muscat, mentre l’ultimo round si svolse il 17 febbraio a Ginevra, con l’obiettivo di definire un accordo quadro sul congelamento del programma nucleare iraniano. I negoziati collassarono lo stesso giorno, su tre nodi irrisolvibili: le soglie di arricchimento dell’uranio, i vincoli sui missili balistici e l’influenza regionale di Teheran.

Il fallimento della diplomazia.

Le tensioni tra Iran e Israele affondano le radici nel 1979, con la nascita della Repubblica Islamica iraniana. Il nuovo regime teocratico ruppe ogni relazione diplomatica con Tel Aviv, bollando Israele come il “piccolo Satana” e gettando le basi ideologiche per l’esportazione della rivoluzione islamica, in particolare attraverso il sostegno a comunità e movimenti sciiti in Libano, Iraq, Siria, Bahrein, Arabia Saudita e Yemen.

Nel corso dei decenni, questa rivalità si è espressa attraverso guerre per procura, sviluppo accelerato del programma nucleare e missilistico iraniano, operazioni clandestine, cyberattacchi e assassinii mirati. Il punto di rottura è arrivato con la guerra del giugno 2025: un conflitto diretto, breve ma di altissima intensità, in cui Israele ha colpito le principali installazioni nucleari e militari iraniane, provocando una risposta massiccia di Teheran con attacchi missilistici e la mobilitazione delle reti paramilitari alleate nella regione.

La trappola a doppia tenaglia: come Iran e Israele hanno trascinato Washington in guerra.

Le ostilità aperte sono scoppiate il 28 febbraio 2026, ma le loro radici risalgono al giugno 2025, quando si era già delineato un sistema di attacchi reciproci. Una breve tregua, imposta da Trump il 24 giugno con il richiamo degli aerei israeliani già in volo sul territorio iraniano, aveva solo posticipato lo scontro. Con il fallimento di Ginevra, Israele ha concluso che la diplomazia aveva esaurito il suo corso e ha lanciato una nuova ondata di attacchi. L’Iran ha risposto colpendo direttamente le basi americane in Iraq e Siria, costringendo Washington, sotto pressione dei propri alleati del Golfo e con le sue forze sotto attacco, a intervenire direttamente.

A marzo è partita una campagna coordinata con Israele contro le infrastrutture nucleari iraniane, i siti missilistici, le forze navali nello Stretto di Hormuz e i comandi dei Pasdaran. Si tratta di un caso emblematico del meccanismo “azione–reazione”: l’Iran punta a dimostrare la propria capacità di infliggere danni insostenibili agli interessi americani; lo “stato pacifico” di Israele, quello che l’atomica non ha problemi ad averla, persegue la distruzione duratura del programma nucleare di Teheran, ritenendola una questione di sopravvivenza. In questo gioco, Washington ha progressivamente perso la possibilità di restare spettatrice neutrale.

Le conseguenze di una guerra senza confini.

L’obiettivo storico di Israele è lo smantellamento del regime iraniano, prima attraverso la rivoluzione interna, poi attraverso la resa militare. Poiché entrambe le strade hanno mancato il bersaglio, il conflitto è entrato in una fase esistenziale in cui la soglia nucleare è diventata una minaccia concreta. Ulteriori attacchi a impianti come Bushehr o Fordow potrebbero rimuovere i freni che Teheran si è finora autoimposta, trasformando l’Iran in una nuova Corea del Nord: uno Stato con deterrenza nucleare.

Trump ha tentato un approccio diverso: il 25 marzo ha trasmesso attraverso il Pakistan un piano in 15 punti che chiede l’abbandono completo delle armi nucleari e la fine immediata del conflitto. Il piano, fondato sulla dottrina della “pace attraverso la forza” (se non è il porto franco degli ossimori questo), riconosce implicitamente che il programma nucleare iraniano non può essere eliminato definitivamente, ma solo ritardato.

Il panico nei Paesi del Golfo è comprensibile: le esportazioni di petrolio rappresentano circa il 95% delle loro economie, il turismo e i trasporti aerei contribuiscono in alcuni casi oltre il 10% del PIL, e le infrastrutture di desalinizzazione, che forniscono circa l’80% dell’acqua potabile nella regione, costituiscono una vulnerabilità strategica critica.

Gli alleati regionali e i costi della guerra.

Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e altri Paesi del Golfo si trovano in una posizione paradossale: condividono le preoccupazioni sul nucleare iraniano, ma subiscono direttamente i contraccolpi dell’escalation. Geograficamente esposti alle rappresaglie di Teheran e alla potenziale chiusura dello Stretto di Hormuz, premono tuttavia su Washington per proseguire la campagna militare e si sono detti disposti a contribuire finanziariamente alle operazioni.

Il costo economico della guerra è già pesante. I prezzi del petrolio sono schizzati in alto generando pressioni inflazionistiche sulle economie americana e globale, mentre le operazioni militari costano miliardi di dollari al mese.

L’ipotesi di un’offensiva di terra: poco probabile, ma non impossibile.

Un’invasione terrestre su larga scala resta improbabile, come ricordato anche dagli esperti dell’IFIMES. Lo squilibrio di forze è evidente: durante la guerra del Golfo del 1990-1991, gli Stati Uniti schierarono circa 540.000 soldati; in Iraq nel 2003 tra 150.000 e 170.000. Soprattutto, a differenza dell’Iraq, dove sciiti e curdi, circa l’80% della popolazione, accolsero inizialmente con favore le forze americane, in Iran la popolazione è oggi compattamente schierata con le autorità.

Lo scenario più probabile rimane quello di attacchi aerei intensivi, affiancati eventualmente da operazioni limitate su obiettivi strategici come l’isola di Kharg o la costa iraniana sullo Stretto di Hormuz, una rotta vitale per il commercio mondiale del petrolio, larga appena 33 chilometri nel punto più stretto.

La guerra va fermata…e subito.

La storia insegna che una catena ininterrotta di vittorie militari raggiunge inevitabilmente il punto in cui il vantaggio strategico si erode, le risorse si esauriscono e la legittimità viene meno. Napoleone cadde dopo aver conquistato mezza Europa; gli Stati Uniti uscirono sconfitti dal Vietnam. Quello che oggi appare come una serie di successi americani contro l’Iran non potrà che trasformarsi, nel tempo, in un conflitto logorante destinato alla sconfitta.

Arabia Saudita, Emirati e Israele non devono, attraverso pressioni o provocazioni, spingere Washington verso un’ulteriore escalation. Le loro preoccupazioni di sicurezza possono essere legittime, ma non possono essere perseguite al costo della stabilità globale.

foto thewhitehouse.gov