15 Agosto 2026
Europa

Da nemico pubblico a partner strategico: la parabola di Al-Sharaa e la realpolitik che riscrive la storia

C’è un dettaglio che nessuno, nelle eleganti sale dell’Atlantic Council Global Energy Forum, sembra trovare degno di nota: il ministro dell’Energia che presenta la Siria come futura “piattaforma energetica regionale”. Un dettaglio non da poco considerato che il governo siriano, guidato da Ahmad al-Sharaa – già Abu Mohammad al-Jolani, già comandante di fazioni legate ad Al-Qaeda in Siria, già soggetto di una taglia americana da 10 milioni di dollari – si appresta a diventare un “partner degli USA e dell’UE”.

Oggi al-Sharaa è il presidente di un governo di transizione riconosciuto da Washington, Bruxelles e Londra. Le sanzioni sono cadute. I contratti con Chevron e ConocoPhillips sono in fase avanzata. La storia, com’è sua abitudine, non è stata riscritta: è stata semplicemente dimenticata.

Il pitch di Damasco: hub energetico o opportunismo strategico?

Il ministro dell’Energia siriano Mohammed al-Bashir ha illustrato ai presenti una visione ambiziosa: la Siria non come Paese in ricostruzione dopo quattordici anni di guerra civile, ma come “partner attivo e hub regionale vitale per la sicurezza energetica internazionale”. Parole da brochure d’investimento, pronunciate in una capitale che fino a pochi mesi fa classificava il governo di Damasco come emanazione di forze jihadiste.

Al-Bashir ha annunciato accordi strategici già siglati con colossi come Chevron, ConocoPhillips, TotalEnergies, GE e Ansaldo, oltre a un’intesa da 7 miliardi di dollari con il fondo qatariota UCC Holding per elettricità, infrastrutture ed energie rinnovabili. “Le porte della Siria sono aperte agli investimenti responsabili”, ha detto il ministro, con una formula che suona come un invito a non fare troppe domande sul passato.

A completare il quadro, le dichiarazioni del CEO della Syrian Petroleum Company, Youssef Qablawi, rivelano con disarmante franchezza la logica sottostante. La chiusura dello Stretto di Hormuz , conseguenza diretta della guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran, ha creato, nelle sue parole, “una finestra strategica” per Damasco.

“La guerra nel Golfo ci dà l’opportunità di diventare l’hub di transito per il petrolio iracheno verso il Mediterraneo”, ha affermato Qablawi, annunciando la ricostruzione del gasdotto Kirkuk-Baniyas, circa 1.200 chilometri che collegherebbero i giacimenti iracheni al porto siriano di Baniyas sul Mediterraneo. Il progetto, ha precisato, è già stato discusso con il segretario all’Energia americano Chris Wright e gode del sostegno di Washington. Finché c’è guerra c’è speranza!

La devastazione di un’intera regione, in questa prospettiva, non è una tragedia da arginare: è un riassestamento delle rotte commerciali da monetizzare.

Il doppio standard come fondamento dell’ordine mondiale.

La vicenda siriana è, in fondo, un manuale di realpolitik applicata. Al-Sharaa non è cambiato: è diventato utile. La Siria non è diventata una democrazia: è diventata strategica. Gli stessi governi occidentali che per anni hanno inserito il suo nome nelle liste dei terroristi oggi finanziano la sua legittimazione internazionale, rimuovono le sanzioni e spediscono delegazioni a Damasco.

Il doppio standard non è un’anomalia del sistema: ne è il motore. Si sanziona chi disturba gli equilibri, si reintegra chi promette petrolio, gasdotti e stabilità. I principi , diritti umani, lotta al terrorismo, responsabilità per i crimini di guerra , restano sullo sfondo, buoni per la retorica istituzionale.

Mentre lo Stretto di Hormuz rimane paralizzato e il prezzo del greggio sale, Damasco si scopre indispensabile. E Washington, con la pragmatica freddezza che da sempre contraddistingue la sua politica estera, stringe la mano a chi ieri cercava di catturare.

foto di Hands off my tags! Michael Gaida da Pixabay