Cyberbullismo, il Parlamento europeo chiede leggi penali comuni a tutti i Paesi membri
Il Parlamento europeo lancia un segnale forte contro il cyberbullismo e le molestie online. Con una risoluzione approvata in plenaria, l’Assemblea chiede alla Commissione europea di colmare un vuoto normativo sempre più evidente: quello delle disposizioni penali a livello UE per contrastare una piaga che colpisce milioni di minori in tutta Europa.
I numeri parlano da soli. Circa un minore europeo su sei tra gli 11 e i 15 anni dichiara di essere stato vittima di bullismo online. Tra il 2018 e il 2022, il fenomeno è cresciuto di quasi un quarto tra gli adolescenti di entrambi i sessi. Colpisce in modo sproporzionato le fasce più vulnerabili: ragazze, giovani LGBTIQ+, minori con disabilità, bambini appartenenti a minoranze etniche. E negli ultimi cinque anni, il cyberbullismo è rimasto sistematicamente il motivo principale per cui i minori si rivolgono alle linee telefoniche di assistenza dei centri per un’internet più sicura.
Il piano d’azione della Commissione: un passo avanti, ma non basta.
La risoluzione , presentata dal gruppo S&D a prima firma di Katarina Barley , accoglie con favore il Piano d’azione contro il bullismo online pubblicato dalla Commissione il 10 febbraio 2026, che per la prima volta propone una definizione comune di cyberbullismo e investe su prevenzione, alfabetizzazione digitale e formazione degli insegnanti.
Ma il Parlamento è esplicito: il piano non prevede misure di diritto penale a livello europeo, e questo è un limite che va colmato. Gli eurodeputati chiedono alla Commissione di dare seguito all’annuncio di una possibile iniziativa legislativa per un approccio più armonizzato, e ribadiscono di essere favorevoli ad aggiungere i reati d’odio , compresi i casi più gravi di cyberbullismo , all’elenco dei reati riconosciuti dall’UE ai sensi del Trattato.
Il patchwork legislativo nazionale: dall’Irlanda alla Romania.
Il testo passa in rassegna le leggi già adottate dai singoli Stati membri, evidenziando un quadro frammentato. L’Irlanda ha la cosiddetta legge Coco del 2020 , intitolata a una giovane vittima di revenge porn il cui caso scosse l’opinione pubblica , che punisce la distribuzione non consensuale di immagini intime e le comunicazioni minacciose online. La Francia sanziona la pornovendetta attraverso il codice penale. L’Austria ha introdotto nel 2016 il reato di “molestie continue mediante sistemi informatici”. La Romania ha incorporato la “violenza online” nella normativa sulla violenza domestica. La Slovacchia punisce il “bullismo online pericoloso” come reato autonomo.
In altri Paesi, invece, non esiste ancora nemmeno il termine “bullismo online” nelle leggi vigenti. Il Parlamento chiede agli Stati membri di condividere le migliori pratiche e auspica una convergenza verso standard comuni.
Le piattaforme nel mirino: algoritmi e responsabilità.
Il cuore politico della risoluzione è la responsabilità delle grandi piattaforme digitali. Gli eurodeputati sono espliciti: il modello di business delle piattaforme incentiva la diffusione di contenuti d’odio, attraverso sistemi di raccomandazione iperpersonalizzati che premiano i contenuti divisivi a scapito di quelli meno controversi. Un meccanismo che rende l’ambiente online strutturalmente ostile per i più vulnerabili.
Il Digital Services Act , il regolamento europeo sui servizi digitali , prevede già una serie di obblighi per le piattaforme di grandi dimensioni: adattamento degli algoritmi di raccomandazione, moderazione h24, trattamento prioritario delle segnalazioni che riguardano minori, sistemi di notifica e rimozione dei contenuti dannosi. Ma il Parlamento denuncia carenze evidenti nell’applicazione di queste norme e chiede alla Commissione di aprire ulteriori indagini sui rischi sistemici posti dai sistemi di raccomandazione, con particolare attenzione alla violenza di genere e ai danni ai minori.
L’allarme sull’IA: deepfake, clonazione vocale e nudità.
Un passaggio specifico della risoluzione è dedicato all’intelligenza artificiale come nuovo strumento di abuso. Gli eurodeputati esprimono “preoccupazione crescente” per l’uso dell’IA nella generazione di contenuti deepfake, nella clonazione vocale, nell’impersonificazione e nella produzione di immagini intime non consensuali. Fenomeni che facilitano molestie coordinate, furto d’identità e danni psicologici gravi.
Il Parlamento accoglie con favore gli sforzi in corso per vietare le cosiddette “app di nudificazione” nell’ambito del regolamento sull’intelligenza artificiale, attualmente in fase di negoziazione.
Lo scontro con Trump: il DSA non è merce di scambio.
Un punto della risoluzione assume una valenza politica che va ben oltre il cyberbullismo. Gli eurodeputati esprimono “preoccupazione” per il fatto che il “dialogo” sull’applicazione della legislazione digitale europea, avviato nell’ambito dei negoziati commerciali con l’amministrazione Trump, possa mettere a rischio il rigore e l’indipendenza dell’azione esecutiva della Commissione e ridurre le protezioni previste dal DSA.
Il messaggio è diretto: le norme europee a tutela dei cittadini online, incluse quelle contro il cyberbullismo, non possono diventare moneta di scambio per ottenere riduzioni tariffarie o altri vantaggi commerciali. La Commissione è invitata a “chiarire con urgenza” questo punto.
Le richieste: app di segnalazione, finanziamenti e tutela della salute mentale.
Sul piano operativo, la risoluzione chiede un’applicazione di facile utilizzo per segnalare i casi di cyberbullismo, finanziamenti europei stabili alle organizzazioni della società civile e alle linee di assistenza, e l’integrazione delle misure anti-cyberbullismo nelle strategie nazionali per la salute mentale, con servizi di supporto psicologico accessibili a minori e categorie vulnerabili.
Sullo sfondo, resta la storia che ha dato il nome alla legge irlandese: quella di Coco, la giovane la cui madre Jackie Fox ha parlato davanti al Parlamento europeo lo scorso 10 marzo, nella Giornata internazionale della donna.
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