13 Aprile 2026
Politica

Crisi dei pronto soccorso, primari e direttori generali in audizione in commissione Sanità

Perché i pronto soccorso della Sardegna vanno in tilt? Quanta responsabilità è del servizio 118, quanto pesa la disinformazione e quanto incide l’assenza di una rete territoriale della Sanità? Cosa accadrà nei pronto soccorso dal prossimo giugno, quando scadranno i contratti con le coop dei medici gettonisti?

Di questi temi si è occupata nella seduta antimeridiana la commissione Sanità. Il risultato che emerge, se mai ci fosse il bisogno di rimarcarlo, è un quadro complesso, dove affiorano però numeri che aiutano a capire il perché della crisi e consentono di ipotizzare soluzioni operative, come la telemedicina e il convenzionamento dei medici gettonisti, al di là del loro rapporto di lavoro (ormai prossimo alla conclusione) con le coop.

Luca Pilo, primario a Ozieri, ha parlato per primo toccando il tema della “fuga dalla professione. E in questo i gettonisti sono stati di aiuto perché si è creata una fortissima disparità a favore di colleghi molto meno preparati ma molto più pagati: 33 euro all’ora contro gli oltre 100. I pronto soccorso, si è detto, sono un inferno dove otto ore di lavoro diventano dodici più il tempo passato al telefono per calmare il personale, fare i turni e gestire i familiari dei pazienti”.

Per Giovanni Sechi (Alghero) “i gettonisti hanno tappato i buchi dei medici che mancano ma il primo problema è la mancanza di posti letto. Io ne ho uno ogni mille abitanti e sono costretto a ricoverare il meno possibile”. A Carbonia e Iglesias la primaria Viviana Lantini è “costretta a coprire turni con i colleghi di altri reparti se non fosse che molto reparti sono stati chiusi. A Carbonia nel 2025 abbiamo avuto 18500 accessi in pronto soccorso, 11560 a Iglesias: c’è un enorme problema di informazione se la popolazione arriva con l’auto al pronto soccorso”.

Anche a Muravera, riferisce la primaria Susanna Pedditzi, “ci sono problemi di personale, sarebbe almeno il caso di dare il rimborso chilometrico ai medici che accettano di venire da Cagliari”. Per Michela Matta (San Francesco Nuoro) “sarebbe il caso che i gettonisti che in questi tre anni abbiamo formato fossero stabilizzati. In difetto non credo saremo più in grado di coprire i turni, considerando anche le ferie dei nostri medici”. Una situazione analoga a quella segnalata dai medici di San Gavino.
Numeri importanti che indicano quanto la politica negli anni, oltre a complicare la governance, non è mai stata al livello (per mancanza di competenze si intende), delle sfide della sanità regionale.

Da Sassari invece, il primario Paolo Pinna Parpaglia ha denunciato “l’afflusso in pronto soccorso a causa delle carenze della medicina del territorio ma anche per maleducazione, egoismo e perché al paziente non costa nulla. Siamo un presidio sociale aperto giorno e notte, la casa di chi è senza dimora, dell’ubriaco e del molesto”.

Al termine, il capogruppo di FdI Paolo Truzzu ha detto. “Senza i gettonisti sembra di capire che possano restare aperti soltanto gli hub. Ma se ci mettiamo le ferie e le malattie nemmeno gli hub sono sicuri. Purtroppo è tutto estremamente chiaro”.

La commissione ha poi ascoltato i manager, a cominciare da Aldo Atzori (Asl Cagliari), che ha letto alcuni numeri: 30 mila accessi l’anno a Cagliari, 8 mila a Muravera e 4 mila a Isili. La maggior parte sono codici bianchi e verdi dovuti alla mancanza di medicina di base e territoriale.

La manager di Oristano, Grazia Cattina, ha parlato della necessitò di “insistere sulla medicina di prossimità e sulla prevenzione” (ma come si può se non c’è personale?).

Dall’azienda Brotzu, con un pronto soccorso che lavora più di tutti gli altri sardi, arriva una fotografia chiara della situazione: “47200 accessi l’anno per gli adulti e 18 mila pediatrici, in arrivo da mezza Sardegna. Il 26 per cento di questi accessi diventa ricovero e genera overbooking anche negli altri reparti di medicina interna e chirurgia d’urgenza”. Per il direttore generale Maurizio Marcias “bisogna aprire al più presto gli ospedali di comunità, incrementare la telemedicina soprattutto per i pazienti cronici ed è necessario che Areus effettui uno screening più efficace dei pazienti che ci invia”.

Una posizione molto simile a quella espressa da Vincenzo Serra, a capo dell’Azienda Universitaria di Cagliari. “Registriamo 32 mila accessi tra pronto soccorso generale e ginecologico, il 70 per cento sono codici bianchi o verdi che dimostrano la carenza della Medicina generale e del sistema delle guardie mediche”.

Per la rete delle ambulanze pubbliche, rappresentata da Angelo Serusi (manager Areus), “nel 2025 i pronto soccorso sardi hanno registrato 470 mila accessi di cui 133 mila attraverso il 118. Dunque, più di due cittadini su tre vanno con i mezzi propri al pronto soccorso”. Più nel dettaglio Serusi ha spiegato che “14741 accessi sono stati in emergenza e di questi oltre l’ottanta per cento è transitato per il 118 mentre nel 78 per cento dei casi di codici minori (178 mila) i pazienti si sono presentati autonomamente all’ospedale”. E ancora: spesso i codici verdi portati dal 118 in pronto soccorso nascono da codici più rilevanti che i medici del 118 hanno stabilizzato e inviato in ospedale per cautela. Per il direttore generale, comunque, “Areus può migliorare e ridurre ulteriormente gli accessi dei codici verdi anche aumentando la flotta di auto medicalizzate ma la soluzione principale resta la medicina di prossimità”.

I sardi, insomma, devono abituarsi all’idea che i tempi d’oro della sanità sarda (con tutti i problemi quotidiani vissuti negli anni passati) sono belli che andati. Per il futuro, non essendo la politica all’altezza delle criticità (che ci sia la destra o la sinistra poco cambia), bisogna sperare di non ammalarsi né di avere incidenti.