Corte dei Conti Ue: “Assicurare l’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro?Più facile a dirsi che a farsi”.
La riduzione della disoccupazione giovanile (tema di competenza degli Stati nazionali) rimane una delle sfide economiche e sociali più persistenti dell’UE. Sono oltre dieci anni che l’UE si impegna (sbagliando puntualmente le proprie politiche) a favorire l’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro, a cominciare dal pacchetto sull’occupazione giovanile del 2012 e dalle raccomandazioni del Consiglio che esortavano gli Stati membri dell’UE a intraprendere azioni risolute.
Dopo tanti anni di ingenti investimenti, permane tuttavia la necessità di un costante sostegno in un contesto caratterizzato da carenze strutturali di manodopera, da una domanda di competenze in evoluzione e da tempi più lunghi di transizione dalla scuola al mondo del lavoro.
Per affrontare la questione sono stati investiti miliardi a titolo dei fondi della politica di coesione, tra cui il Fondo sociale europeo (FSE), l’iniziativa a favore dell’occupazione giovanile (IOG), REACT-EU (assistenza alla ripresa per la coesione e i territori d’Europa) e ora il Fondo sociale europeo Plus (FSE+). Ma, nelle regioni meno sviluppate d’Europa come, per esempio, la Sardegna, gli effetti non si vedono: anche se a qualche assessora al lavoro bastano le veline del Ministero del Lavoro per “gridare al successo”…
E mentre, anche in Italia, si celebrano i “grandi risultati dell’occupazione”, in pochi si chiedono, coerentemente a quanto suggerito dagli indicatori di successo, se i giovani siano ancora occupati dopo 12 o 18 mesi… temi da politici di razza lontani dai ragionamenti, volendo restare al caso Sardegna, della classe dirigente regionale.
Nel frattempo, il fallimento delle politiche Ue per i giovani sono sotto gli occhi di tutti. Varata nel 2013, la Garanzia per i giovani, seppur abbia fornito un quadro strategico, si è evidenziata esclusivamente per la copiosa spendita di miliardi di euro, mentre l’inclusione lavorativa dei giovani resta sempre meno credibile in Ue. Nel 2020, poi, la Commissione ha proseguito in questa fallimentare politica, introducendo il pacchetto di sostegno all’occupazione giovanile (rafforzando di fatto la Garanzia per i giovani ed estendendo la fascia di età coperta da 15-24 anni a 15-29 anni).
Ma, tra politiche del lavoro desuete e autoreferenziali e perturbazioni economiche, l’occupazione stabile resta preclusa a milioni di giovani in Ue, con evidenti costi sociali e perdita di competitività globale.
I progressi compiuti (pochi), ancora, sono stati disomogenei all’interno dell’UE. La disoccupazione giovanile a livello UE è scesa dal 20 % nel 2013 a meno del 12% negli ultimi anni, ma rimane ancora superiore di 5-6 punti percentuali ai tassi di disoccupazione complessivi. A fine 2024 erano disoccupati 4,5 milioni di giovani, ossia l’11,4 % della popolazione di età compresa tra i 15 e i 29 anni. Persistono marcate differenze: i tassi più elevati si registrano in Spagna (19,1 %) e Grecia (18,4 %), mentre quelli più bassi in Germania (5,5 %) e Repubblica Ceca (5,8 %).
Resta ora l’attesa per la pubblicazione della relazione della Corte per confermare, se mai ce ne fosse bisogno, il fallimento delle politiche di inclusione lavorativa per i giovani europei e dei suoi programmi futuri per la “meglio gioventù” dei 27 Paesi Ue.
foto corte dei conti europea
