16 Ottobre 2026
Politica

Corte dei Conti: “Cauta stabilità”. L’Italia tra crisi energetica e conti pubblici sotto pressione

Il contesto internazionale pesa come un macigno sulle prospettive economiche italiane. L’allargamento dei conflitti militari in Medio Oriente – esplosi grazie alle alzate di ingegno di Israele e Stati Uniti d’America e all’altrettanta debolezza della Comunità internazionale -, ha fatto impennare i prezzi delle materie prime energetiche in pochi giorni, riaprendo lo spettro della stagflazione.

Lo stesso Fondo Monetario Internazionale ha già elaborato scenari alternativi: nello scenario più grave, la crescita globale si ridurrebbe di 1,3 punti percentuali nel 2026.

L’Italia arriva a questo appuntamento con una velocità di crescita già inferiore alla media europea. Nel 2025, il PIL è aumentato appena dello 0,5 per cento, contro l’1,4 per cento dell’Eurozona e il 2,8 per cento della Spagna. Un rallentamento che si trascina dal 2023, dopo la stagione d’oro (se così si può definire) post-pandemica.

La crescita: lenta ma stabile.

Il Governo scommette su una ripresa graduale. Le previsioni del DFP – il Documento di Finanza Pubblica – indicano una crescita del PIL reale allo 0,6 per cento sia nel 2026 che nel 2027, per poi salire allo 0,8 per cento nel biennio 2028-2029. Un percorso sostenuto quasi esclusivamente dalla domanda interna, mentre le esportazioni scontano l’incertezza globale con un contributo negativo di 0,4 punti quest’anno.

La Corte dei Conti giudica le previsioni governative “improntate a una ragionevole cautela”, pur sottolineando che i rischi al ribasso sono concreti e significativi. Uno scenario avverso prolungato potrebbe sottrarre fino a 0,8 punti di crescita nel 2027.

Un nodo strutturale rimane irrisolto: la produttività del lavoro è sostanzialmente ferma, e la quota di occupati con titolo di studio universitario resta la più bassa tra i grandi Paesi europei. In più, la “fuga dei cervelli” peggiora: il tasso di emigrazione dei laureati italiani tra 25 e 39 anni ha segnato un ulteriore deterioramento nel 2023.

I conti pubblici: il risanamento continua, ma più lentamente.

Il 2025 si è chiuso con un deficit al 3,1 per cento del PIL – appena un decimale sopra le attese, ma sufficiente a rinviare di un anno l’uscita dalla procedura europea per disavanzo eccessivo. Il traguardo del 3 per cento viene ora fissato per il 2026, con un deficit atteso al 2,9 per cento.

Il saldo primario rimane in attivo – 17,8 miliardi nel 2025 – ma la spesa per interessi continua a salire inesorabilmente: 87 miliardi nel 2025, destinati a raggiungere i 111 miliardi nel 2029, con un’incidenza sul PIL che passerà dal 3,9 al 4,5 per cento. Un peso crescente che erode i margini di manovra.

Sul fronte delle entrate, la pressione fiscale ha toccato il 43,1 per cento del PIL nel 2025 – quasi due punti in più rispetto al 2023 – e resterà sostanzialmente invariata fino al 2029. Un dato che, come nota la Corte, “libererebbe risorse per imprese e famiglie” solo se invertisse la tendenza.

Il debito resta la montagna da scalare.

Il capitolo più preoccupante riguarda il debito pubblico. A fine 2025 il rapporto debito/PIL si è attestato al 137,1 per cento, quasi un punto sopra le previsioni di ottobre. La causa principale è il cosiddetto “effetto Superbonus”: i crediti d’imposta edilizi, contabilizzati per competenza negli anni scorsi, si materializzano ora come debito effettivo per quasi 40 miliardi nel solo 2025.

Il trend è destinato a peggiorare nel breve: nel 2026 il rapporto salirà al 138,6 per cento, per poi iniziare una discesa – graduale e incerta – a partire dal 2027, fino al 136,3 per cento stimato per il 2029. La Corte valuta positivamente la prospettiva di inversione della curva, ma avverte: il consolidamento del saldo primario deve reggere anche in caso di nuovi sostegni all’economia.

Pensioni e welfare: l’inflazione torna a mordere.

La spesa per prestazioni sociali ha raggiunto i 459 miliardi nel 2025, quasi la metà dell’intera spesa primaria corrente. Con l’inflazione attesa al 2,8 per cento nel 2026, le pensioni cresceranno del 2,8 per cento quest’anno e addirittura del 3,8 per cento nel 2027, per effetto del meccanismo di rivalutazione automatica.

La Corte lancia un monito chiaro: le riforme pensionistiche degli ultimi decenni hanno prodotto risparmi cumulativi stimati in 60 punti di PIL. Smontarle, anche parzialmente, sarebbe un errore costoso. L’invecchiamento della popolazione renderà il sistema sempre più sotto pressione: il tasso di dipendenza degli anziani è destinato a salire dal 38 al 62 per cento nei prossimi 15 anni.

La sanità: più risorse, ma strutture ancora indietro.

La spesa sanitaria si attesta a 141,5 miliardi nel 2025 (6,3 per cento del PIL) e salirà a 148,5 miliardi nel 2026, con un incremento del 4,9 per cento. I rinnovi contrattuali pesano per oltre 7 punti percentuali sulla voce dei redditi da lavoro dipendente nel settore.

Sul territorio, però, la riforma dell’assistenza di prossimità stenta a decollare. Solo 66 Case della Comunità su 1.715 programmate rispettano pienamente i requisiti previsti dal decreto ministeriale 77/2022. Il Sud accusa i ritardi maggiori: meno del 16 per cento delle strutture ha almeno un servizio attivo. E gli infermieri continuano ad andarsene: in Lombardia, nel 2025, si sono dimessi in anticipo oltre 1.600 professionisti.

Gli investimenti: il PNRR spinge, ma dopo?

Sul fronte degli investimenti pubblici arrivano segnali positivi di breve periodo. Nel 2025 la spesa ha raggiunto 86,7 miliardi , il 4,1 per cento sopra le previsioni, trainata dagli enti locali e dall’accelerazione dei cantieri PNRR. I comuni da soli hanno investito 22 miliardi, in crescita del 14 per cento.

Ma il quadro si capovolge guardando al futuro: dal 2028 gli investimenti pubblici sono destinati a calare, man mano che si esaurisce l’impulso del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. I tagli ai trasferimenti statali agli enti locali , oltre 3 miliardi nel quinquennio 2025-2029 , rischiano di lasciare un vuoto difficile da colmare.

La Corte è esplicita: serve una nuova stagione programmatoria, capace di sostenere gli investimenti anche dopo il PNRR, conciliando grandi infrastrutture nazionali con un sostegno più robusto agli investimenti locali.

Il giudizio finale: prudenza necessaria, riforme urgenti.

Il giudizio complessivo della Corte dei Conti è di cauto apprezzamento per un documento che riflette “realismo e prudenza”. Ma i rischi sono tangibili: un prolungamento della crisi energetica potrebbe ribaltare gli scenari in tempi brevi, rendendo necessarie politiche anticicliche in un contesto di spazi fiscali già ristretti.

Il messaggio ai decisori politici è chiaro: selezionare con rigore le priorità di spesa, proteggere le riforme strutturali già realizzate, e investire sulla produttività e sul capitale umano. Senza questi interventi, la traiettoria di discesa del debito , già fragile, rischia di restare solo sulla carta.

foto Governo.it