“Contratti sulla culla”. Infermieri italiani “venduti” all’estero ancora prima della laurea. L’Italia semina, l’Europa vendemmia
Si chiama “contratto sulla culla” e non è una metafora: è la pratica, ormai sistematica, con cui ospedali stranieri entrano nelle università italiane e firmano accordi con studenti di infermieristica che non hanno ancora discusso la tesi. L’Europa non aspetta più che i nostri laureati vadano a bussare alla porta: li intercetta prima, li forma linguisticamente a proprie spese, assegna loro un alloggio e li mette sotto contratto con mesi di anticipo rispetto al giorno della laurea.
A denunciarlo con dati precisi è il sindacato Nursing Up, che ha condotto un’indagine sui meccanismi di reclutamento internazionale e parla senza mezzi termini di esproprio di risorse umane.
Il conto che paga l’Italia.
Formare un infermiere costa allo Stato italiano circa 30.000 euro, secondo i dati del Rapporto CREA Sanità. Ogni anno, in media, circa 7.000 infermieri abbandonano il Paese per lavorare all’estero. Il calcolo è semplice e impietoso: l’Italia regala ogni anno al resto d’Europa oltre 200 milioni di euro in capitale umano già formato, pronto all’uso, pagato dal contribuente italiano.
“Siamo diventati un vivaio gratuito per i Paesi stranieri”, attacca Antonio De Palma, Presidente Nazionale di Nursing Up. “Mentre noi paghiamo docenti, strutture e tirocini, gli ospedali tedeschi, norvegesi e svizzeri si accomodano in prima fila per firmare contratti con ragazzi che non hanno ancora discusso la tesi. L’Italia semina, l’Europa vendemmia”.
Il paradosso è ancora più stridente se si considera che l’Italia denuncia una carenza strutturale di 175.000 infermieri rispetto agli standard europei. Un Paese che non riesce a coprire i propri organici sta finanziando, di fatto, quelli degli altri.
Come funziona il meccanismo?
L’indagine di Nursing Up ha ricostruito nel dettaglio le offerte che circolano nelle università italiane. I programmi più aggressivi arrivano dalla Germania, dalla Norvegia e dalla Svizzera.
In Germania, il progetto Germitalia nel Baden-Württemberg offre ai laureandi il finanziamento totale del corso di lingua, vitto e alloggio inclusi, con l’appartamento già assegnato prima della partenza. Lo stipendio nella fase iniziale, ancora prima del riconoscimento del titolo, oscilla tra 2.400 e 2.600 euro lordi. A regime, un infermiere riconosciuto può arrivare a 3.800 euro lordi, con punte oltre i 4.000 sommando le indennità.
La Norvegia, attraverso il programma Global Working, promette 3.500 euro netti, con alloggio e bollette a carico del datore di lavoro, voli rimborsati e corso di lingua avviato prima della partenza.
La Svizzera è il mercato più remunerativo: nelle aree di Zurigo e Basilea, gli annunci destinati ai laureandi italiani arrivano a offrire tra i 5.000 e i 6.500 franchi mensili, fino a 6.700 euro al cambio attuale, con supporto logistico completo per il trasferimento.
Il confronto con l’Italia è devastante: uno stipendio da infermiere nel sistema sanitario nazionale si aggira tra 1.500 e 1.700 euro, con l’affitto sempre a carico del lavoratore e nessun incentivo alla mobilità.
Le toppe regionali: dall’Uzbekistan al Sudamerica.
La risposta italiana alla crisi è, per Nursing Up, emblema della contraddizione in cui si trova il sistema. Mentre i nostri laureandi vengono reclutati ancora prima di entrare nel mercato del lavoro, le Regioni corrono ai ripari importando professionisti dall’estero.
In Lombardia, l’assessore al Welfare Guido Bertolaso ha avviato trattative per portare 3.000 infermieri dall’Uzbekistan. All’ASST Sette Laghi di Varese, infermieri sudamericani sono stati inseriti in corsia dopo appena quattro settimane di corso di italiano, una soluzione che il sindacato ha più volte contestato, sollevando dubbi sulla sicurezza clinica dei pazienti. Il Lazio sta conducendo missioni di reclutamento in Cile e Perù. Il Veneto forma e assume cento infermiere l’anno in Perù. Calabria e Puglia hanno importato professionisti da Cuba per evitare la chiusura di interi reparti.
