Contratti pirata e dumping contrattuale: Confcommercio lancia l’allarme.
Oltre 1.000 contratti collettivi nazionali di lavoro (CCNL) sono depositati presso il CNEL, ma solo una parte è sottoscritta da organizzazioni realmente rappresentative. Un fenomeno che interessa soprattutto i settori terziario e turismo, dove sono attivi più di 250 CCNL, ma la maggioranza dei lavoratori è coperta da pochi contratti principali, tra cui il CCNL Terziario, Distribuzione e Servizi firmato da Confcommercio, il più diffuso in Italia con circa 2,5 milioni di addetti.
Accanto a questi, esistono oltre 200 “contratti pirata”, firmati da sigle minori e applicati a circa 160mila dipendenti e oltre 21mila aziende. Tra i più significativi per numero di addetti figurano i contratti ANPIT (H024 e H05K) e il CNAI (H019), che coinvolgono complessivamente oltre 100mila lavoratori.
Secondo Confcommercio, i contratti pirata riducendo salari, ferie, permessi, indennità e welfare creano una concorrenza sleale e abbassano la qualità dell’occupazione. In alcuni casi, la retribuzione annua lorda può essere inferiore di quasi 8.000 euro rispetto al CCNL Confcommercio, con integrazioni ridotte per malattia o infortunio, orari più lunghi senza compensazioni e assenza di strumenti di welfare come sanità integrativa e previdenza complementare.
Il dumping contrattuale, sottolinea ancora l’associazione “mina la produttività, indebolisce il tessuto imprenditoriale e frena la crescita economica del Paese”.
In Italia, inoltre, manca un meccanismo di misurazione della rappresentatività sindacale e di efficacia generalizzata dei contratti, consentendo la proliferazione dei contratti pirata e una concorrenza basata sulla riduzione delle tutele.
In Germania, per esempio, il sistema basato sulla Tarifautonomie prevede criteri chiari per identificare le organizzazioni sindacali rappresentative e un meccanismo di estensione dei contratti a tutti i lavoratori di un settore, limitando la concorrenza al ribasso. Ancora, in Francia, solo i contratti firmati da sindacati rappresentativi a livello nazionale hanno validità, con controllo ministeriale e possibilità di estensione obbligatoria a tutto il settore tramite decreto.
Per contrastare il fenomeno, Confcommercio propone quindi di rafforzare il criterio del CCNL più protettivo per valutare l’equivalenza contrattuale, privilegiando la massima tutela possibile (art. 36 Cost.), istituire un sistema di misurazione della rappresentatività sindacale e datoriale, con il supporto di enti terzi come CNEL e INPS, potenziare vigilanza e monitoraggio con uno strumento di valutazione comparativa dei CCNL per identificare situazioni di dumping, rendere obbligatoria l’indicazione del Codice Unico Alfanumerico del CCNL nei contratti individuali e garantirne l’interoperabilità tra tutte le banche dati pubbliche e, infine, rafforzare la bilateralità come strumento di certificazione della qualità contrattuale, valorizzando i sistemi di welfare integrativo e formazione.
