Consiglio regionale sardo: 7.500 euro al mese per non presentarsi e legiferare male
C’è voluto il presidente del Consiglio regionale Piero Comandini per ricordare a sessanta adulti stipendiati che il loro lavoro prevede, tra le altre cose, di presentarsi al lavoro. Una scena che sarebbe comica, se non fosse pagata dai contribuenti sardi fino all’ultimo centesimo.
Stamattina, alla Conferenza dei Capigruppo, Comandini ha dovuto pronunciare parole che nessun presidente di un’assemblea legislativa dovrebbe mai essere costretto a dire: “Quello che è successo nelle ultime sedute è inaccettabile. I lavori del Consiglio e delle Commissioni non possono essere rinviati per mancanza del numero legale”. Traduzione per i non addetti ai lavori: i consiglieri regionali della Sardegna , percettori di circa 7.500 euro netti mensili, cui si aggiungono diarie, rimborsi e tutto il corredo di privilegi della casta , non si degnavano di comparire in aula in numero sufficiente per deliberare.
I “magnifici 60” di Via Roma: pagati per fare cosa, esattamente?
Chiamarli fannulloni sarebbe ingeneroso verso i fannulloni. I sessanta eletti del Consiglio regionale sardo siedono su poltrone finanziate dalla collettività, intascano emolumenti da dirigenti d’azienda e , quando non sono impegnati a confezionare emendamenti su misura per le proprie lobby di riferimento , evidentemente trovano di meglio da fare che partecipare alle sedute per cui vengono pagati.
E per chi nutrisse ancora dubbi sulla qualità media del lavoro svolto, basta ricordare che questo stesso consesso ha già collezionato una serie di leggi impugnate dallo Stato per manifesta incompetenza legislativa – un record difficile da raggiungere persino volendoci provare. La legge non si fa, oppure si fa male. E quando si fa, la rifanno: caso emblematico quello in agenda per martedì 19 maggio, quando l’aula si troverà a rimettere mano a una norma già approvata in pompa magna il 6 febbraio 2026.
Il programma di martedì: un capolavoro di autoreferenzialità.
Alle 10.30 del 19 maggio – se si raggiungerà il numero legale, circostanza tutt’altro che scontata – i grandi elettori sardi si confronteranno su un’agenda che sembra confezionata apposta per ignorare i problemi reali dell’isola.
Si parlerà del trenino verde, suggestivo ma marginale rispetto alle emergenze infrastrutturali della Sardegna. Si metterà mano, come detto, a una legge già votata e già sbagliata – un atto d’accusa implicito verso chi quella legge la scrisse e la celebrò come una conquista. Si aprirà poi il capitolo più rivelatore: l’elezione diretta degli organi di governo degli enti di area vasta, ovvero la politica che discute di sé stessa, delle proprie regole, dei propri equilibri di potere. Un dibattito che appassiona i palazzi e lascia i sardi del tutto indifferenti.
In coda, il distretto del sughero, tema legittimo ma difficilmente urgente, e il sostegno a Radio Radicale, causa nobile quanto si vuole, ma che i cittadini sardi faticherebbero a identificare tra le loro priorità quotidiane.
