Commercio Ue con le colonie (illegali) israeliane: Bruxelles condanna, ma continua a comprare
Una risposta scritta della Commissione europea, dello scorso 4 agosto, riaccende un dibattito che si trascina da anni: è legittimo che l’Unione europea continui a commerciare con i prodotti degli insediamenti israeliani nei territori palestinesi occupati, pur riconoscendo che quegli insediamenti sono illegali secondo il diritto internazionale? La risposta di Bruxelles, a leggerla con attenzione, sembra confermare più le contraddizioni della posizione europea che risolverle.
La domanda: tariffe su un commercio già illegale.
A porre la questione, lo scorso 13 maggio 2026, era stato l’eurodeputato spagnolo Nacho Sánchez Amor (S&D), dopo che alcune indiscrezioni riportavano una discussione, in sede di Consiglio Affari Esteri, sull’ipotesi di introdurre dazi o misure restrittive sui prodotti provenienti dagli insediamenti israeliani illegali. Il Consiglio, secondo quanto riportato, non avrebbe raggiunto una decisione politica, incaricando la Commissione di preparare scenari e opzioni per un confronto successivo.
Il punto sollevato dall’eurodeputato è tanto semplice quanto tagliente: il parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia del luglio 2024 , vincolante per l’Unione europea e i suoi Stati membri, stabilisce che gli Stati e le organizzazioni internazionali debbano astenersi da azioni che implichino il riconoscimento o l’assistenza alla situazione illegale derivante dall’occupazione, incluse le relazioni economiche e commerciali. “Se è così, si chiede l’eurodeputato, discutere di dazi sui prodotti delle colonie non rischia già di normalizzare un commercio che è di per sé illegale?“.
La risposta di Šefčovič: “Il commercio non è illegale in sé”.
A rispondere per la Commissione è stato il commissario Maroš Šefčovič, che nella sua nota introduce una distinzione tecnica destinata a far discutere: secondo la Commissione, le risoluzioni ONU e il parere della Corte Internazionale di Giustizia impongono di non riconoscere come legale la presenza israeliana nei territori occupati e di non fornire assistenza al mantenimento di questa situazione , ma non rendono, in quanto tale, illegale il commercio con gli insediamenti. Di conseguenza, le merci importate dagli insediamenti illegali continuano a essere soggette alla tariffa doganale “nazione più favorita” dell’Ue, la stessa applicata di default a tutte le importazioni prive di trattamento preferenziale.
La Commissione ribadisce comunque la propria posizione di non riconoscimento della sovranità israeliana sui territori occupati dal 1967 e conferma di considerare gli insediamenti illegali. Ricorda inoltre che il 17 settembre 2025 aveva proposto una sospensione parziale dell’Accordo di Associazione UE-Israele su alcune materie commerciali, dopo una valutazione che aveva rilevato indicazioni di violazione dell’articolo 2 dell’Accordo , quello che lega la partnership al rispetto dei diritti umani e dei principi democratici. Il 13 luglio 2026, secondo quanto riportato, gli Stati membri avrebbero discusso ulteriori misure specifiche sui prodotti originari degli insediamenti.
Una distinzione che non regge alla prova dei fatti.
È proprio questa distinzione tra “non riconoscimento” e “non illegalità del commercio” a rivelarsi, alla prova dei fatti documentati da diverse inchieste giornalistiche, particolarmente fragile.
A giugno 2026 il centro legale statunitense Global Echo Litigation Center ha pubblicato il rapporto “Importing Occupation”, che ha esaminato oltre 30.000 documenti di esportazione relativi a quasi 6.900 spedizioni agricole partite da Israele tra il 2017 e il 2026. Il risultato: più del 17% delle spedizioni dirette in Europa conterrebbe prodotti originari degli insediamenti nei territori occupati e nel Golan siriano occupato, un dato che smentirebbe clamorosamente la stima ufficiale israeliana , ferma al 2,23% dal lontano 2011 , ancora oggi utilizzata come riferimento. Il rapporto documenta tre tecniche di occultamento dell’origine reale delle merci e individua violazioni concrete su quattro fronti , tariffario, fitosanitario, di certificazione biologica e di etichettatura al consumo, con centinaia di certificati e dichiarazioni doganali ritenuti irregolari secondo la stessa giurisprudenza della Corte di Giustizia dell’Unione europea, comprese le sentenze Brita (2010) e Psagot (2019). Secondo l’inchiesta, ripresa da Sardegnagol, l’Unione Europea si sarebbe limitata a strumenti non vincolanti, semplici “avvisi agli importatori” che raccomandano, senza imporre, la differenziazione tra merci israeliane e merci delle colonie, lasciando di fatto agli operatori un ampio margine di elusione.
Il quadro descritto da queste inchieste si sposa con quanto denunciato da altre organizzazioni internazionali: Sardegnagol ha riportato negli scorsi mesi anche le posizioni di Oxfam, Amnesty International e Cospe, che hanno chiesto pubblicamente lo stop al commercio con gli insediamenti illegali, così come le denunce sullo sfruttamento agricolo nei territori occupati e sulle condizioni imposte alla popolazione palestinese. La stessa testata ha inoltre documentato come, ad aprile 2026, una dichiarazione del Servizio europeo per l’azione esterna abbia condannato l’istituzione di oltre 30 nuovi insediamenti in Cisgiordania come “violazione flagrante del diritto internazionale”, senza però che a questa condanna sia seguita, nell’immediato, alcuna misura commerciale concreta.
Il nodo del doppio standard.
È qui che si concentra la critica più diffusa, raccolta anche da altre inchieste della stessa testata sarda: l’Unione Europea “pontifica” condannando a parole le violazioni del diritto internazionale, ma fatica ad agire di conseguenza sul piano commerciale. Con oltre 42 miliardi di euro di scambi nel 2024, Israele resta il principale partner commerciale dell’Ue nell’area, e la proposta di sospensione parziale dell’Accordo di Associazione presentata a settembre 2025 non ha ancora prodotto, alla luce delle informazioni disponibili, un cambiamento sostanziale nei flussi commerciali legati specificamente agli insediamenti.
Il risultato è una posizione europea che, letta nel suo complesso , la distinzione tecnico-giuridica di Šefčovič tra “non riconoscimento” e “commercio non illegale”, unita alle evidenze di elusione sistematica raccolte da Global Echo e alla lentezza con cui procede la sospensione dell’Accordo di Associazione , rischia di apparire più come un esercizio di equilibrismo diplomatico che come un’applicazione coerente degli obblighi che la stessa Unione riconosce di avere in base al diritto internazionale e alla giurisprudenza della propria Corte di Giustizia.
E con la Federazione Russa (a ragione o a torto) da oltre 4 anni si va a colpi di pacchetti sanzionatori.
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