Ciclone Harry: la burocrazia europea non è in linea con i tempi delle catastrofi
I soldi ci sono, ma le regole sono rigide. E’ questa la regola che si conferma anche in presenza della devastazione prodotta dal Ciclone Harry che ha colpito Sicilia, Sardegna e Calabria, distruggendo infrastrutture, paralizzando servizi e compromettendo il lavoro degli operatori locali.
Un gruppo compatto di ventuno europarlamentari – da Lucia Annunziata a Nicola Zingaretti, passando per Stefano Bonaccini, Antonio Decaro e Cecilia Strada – ha presentato un’interrogazione urgente alla Commissione europea, chiedendo risposte concrete sui tempi per l’attivazione dei fondi di emergenza e sull’estensione del regolamento RESTORE alle aree colpite dal ciclone.
Sulla questione, a nome della Commissione Ue, ha risposto il vicepresidente esecutivo Raffaele Fitto, confermando quanto anticipato in premessa: gli strumenti esistono ma l’Ue pecca di tempestività.
Il Fondo di Solidarietà: l’Italia deve chiedere… e in fretta.
Il principale strumento europeo per le catastrofi naturali è il Fondo di Solidarietà dell’UE (EUSF). Può coprire parte dei costi sostenuti dalle autorità pubbliche per operazioni di emergenza e ricostruzione. Il problema è che non si attiva da solo: deve essere l’Italia a farne richiesta, entro dodici settimane dalla prima data di danno accertato, dimostrando che i danni diretti totali superano le soglie previste dal regolamento europeo del 2002.
La Commissione si dice “pronta a supportare e guidare le autorità” nel processo di candidatura. Un linguaggio diplomatico che, nella sostanza, significa: la palla è a Roma. Se il governo italiano non presenta domanda nei tempi previsti, i fondi non arrivano.
Stesso meccanismo per il Meccanismo di Protezione Civile dell’UE: l’Italia può richiedere assistenza, e a quel punto il Centro di Coordinamento della Risposta alle Emergenze può mobilitare risorse dagli altri Stati membri, squadre specializzate, attrezzature, supporto operativo. Ma, ancora una volta, l’iniziativa deve partire da Roma.
RESTORE: la finestra è chiusa.
La risposta più scomoda arriva sul secondo punto dell’interrogazione. I parlamentari chiedevano se la Commissione fosse disposta a estendere il regolamento RESTORE, lo strumento pensato per supportare la ricostruzione nelle aree colpite da calamità naturali, al 2026.
La risposta di Fitto è stata netta: no. Il regolamento RESTORE si applica solo ai disastri naturali avvenuti tra il 1° gennaio 2024 e il 31 dicembre 2025. Quella scadenza non è un errore burocratico: è una clausola di tramonto inserita deliberatamente dai co-legislatori durante i negoziati. Cambiarla richiederebbe una nuova procedura legislativa. E la Commissione, al momento, non sembra intenzionata ad avviarla.
Per le comunità colpite dal ciclone Harry nel 2026, RESTORE resterà, dunque, uno strumento indisponibile. Punto.
I fondi strutturali: 352 milioni ci sono, ma non per l’emergenza.
Il dato più concreto della risposta riguarda i Fondi europei di sviluppo regionale (FESR). I programmi attualmente attivi per Calabria, Sardegna e Sicilia includono circa 352 milioni di euro destinati alla prevenzione e gestione dei rischi da disastri naturali.
Di questi, 196 milioni sono già stati assegnati a progetti selezionati entro fine 2025. Restano disponibili 156 milioni per nuovi interventi.
C’è però un limite cruciale: il FESR non può essere utilizzato per emergenze immediate né per ricostruzione generale. Può invece finanziare la creazione e il potenziamento di infrastrutture per migliorare la resilienza del territorio, cioè opere strutturali per ridurre la vulnerabilità a eventi futuri. Utile nel medio-lungo periodo. Inutile per chi oggi non ha una casa o si ritrova l’azienda in frantumi.
Il nodo politico: regole pensate per un altro clima.
Una questione, l’ennesima, che mette in luce una tensione che attraversa tutta la politica europea sui disastri naturali: gli strumenti esistono, ma sono stati progettati in un’epoca in cui gli eventi meteorologici estremi erano eccezioni, non routine.
Eppure il quadro normativo europeo resta frammentato, con soglie rigide, finestre temporali strette e meccanismi che richiedono tempi e procedure incompatibili con l’urgenza di chi ha perso tutto.
