Ciclone Harry: dall’UE fondi disponibili, ma Roma deve fare la prima mossa
Un ciclone, danni ingenti alle coste, alle infrastrutture e all’economia locale, e una frana che ha letteralmente inghiottito parte del territorio di Niscemi, in Sicilia, con uno sprofondamento di 25 metri su un’area di circa 4 chilometri. È il bilancio del ciclone Harry, che si è abbattuto sul Mediterraneo colpendo duramente tre regioni del Sud Italia, Sicilia, Sardegna e Calabria, mettendo in ginocchio turismo, pesca, agricoltura e migliaia di famiglie e imprese.
Di fronte a questo scenario, nove eurodeputati del Partito Popolare Europeo, tra cui Marco Falcone, Caterina Chinnici, Letizia Moratti e Herbert Dorfmann, hanno presentato un’interrogazione scritta alla Commissione europea, chiedendo conto degli strumenti di emergenza disponibili e dei tempi di intervento. La risposta, firmata dal Vicepresidente esecutivo Fitto, è arrivata lo scorso 10 aprile.
L’Esecutivo europeo: “Il Fondo di Solidarietà c’è, ma serve la richiesta di Roma”.
Il primo strumento sul tavolo è il Fondo di Solidarietà dell’Unione europea (FESU), pensato proprio per situazioni di calamità naturale di questa portata. Tuttavia, la Commissione è chiara: il Fondo non si attiva automaticamente. È l’Italia a dover presentare domanda entro 12 settimane dal primo danno accertato, dimostrando che l’entità complessiva dei danni supera le soglie previste dalla normativa europea. Solo allora Bruxelles potrà coprire una parte dei costi sostenuti dalle autorità pubbliche per le operazioni di emergenza e ripristino.
“La Commissione è pronta a guidare le autorità qualora decidano di presentare domanda”, si legge nella risposta del vicepresidente della Commissione Raffaele Fitto, confermando una disponibilità concreta, ma che lascia l’iniziativa formale nelle mani del governo italiano.
352 milioni già disponibili per le tre regioni.
Sul fronte dei fondi strutturali, la situazione è più immediata. I programmi del Fondo europeo di sviluppo regionale (FESR) destinati a Calabria, Sardegna e Sicilia dispongono già di circa 352 milioni di euro per la prevenzione e la gestione dei rischi legati alle catastrofi naturali. Di questi, 196 milioni risultano già assegnati a operazioni selezionate al 31 dicembre 2025, mentre 156 milioni sono ancora disponibili per nuovi interventi , risorse che potrebbero finanziare opere di messa in sicurezza delle infrastrutture e di rafforzamento della resilienza territoriale.
Piano nazionale di ripresa e agricoltura: altri canali percorribili.
Bruxelles ricorda anche altri strumenti potenzialmente attivabili. L’Italia può presentare una proposta di modifica al proprio Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR), inserendo nuove misure laddove quelle esistenti non siano più realizzabili , a condizione che i nuovi interventi rispettino i requisiti normativi e vengano completati entro il 31 agosto 2026, una scadenza che lascia margini stretti.
Sul fronte agricolo, gli Stati membri possono modificare i propri Piani strategici della Politica agricola comune per erogare pagamenti di crisi agli agricoltori colpiti da calamità naturali e finanziare il ripristino del potenziale produttivo agricolo e forestale.
Il Regolamento RESTORE non si può riaprire.
Su uno dei punti più delicati dell’interrogazione, la possibile riattivazione del Regolamento RESTORE, lo strumento emergenziale per la ricostruzione post-disastro , la risposta della Commissione è netta: non è possibile. Il Regolamento si applica esclusivamente alle catastrofi naturali verificatesi tra il 1° gennaio 2024 e il 31 dicembre 2025. Si tratta di una clausola di scadenza introdotta dai co-legislatori durante i negoziati, che non ammette deroghe.
Un limite che rischia di pesare, considerando che l’evento si è verificato nel gennaio 2026, appena fuori dalla finestra temporale coperta dalla norma.
Il nodo della rapidità.
Al di là degli strumenti disponibili, resta aperta la questione dei tempi. La crescente frequenza di eventi meteorologici estremi nel Mediterraneo, cicloni, alluvioni e frane, impone risposte sempre più rapide e coordinate. La risposta di Bruxelles delinea un quadro di strumenti esistenti e potenzialmente efficaci, ma la velocità con cui questi potranno tradursi in interventi concreti dipende in larga misura dalla prontezza delle istituzioni italiane.
