ChatGPT non è uno psicologo: l’avvertimento di OpenAI sulla salute mentale.
ChatGPT non è uno psicologo. A ribadirlo con forza è proprio OpenAI, la società americana creatrice del noto sistema di intelligenza artificiale. In un recente podcast, il CEO Sam Altman ha lanciato un avvertimento chiaro: affidarsi a ChatGPT per ricevere supporto psicologico può essere pericoloso, e non garantisce in alcun modo la tutela della privacy che viene invece assicurata da professionisti della salute mentale.
A differenza di un terapeuta o di un medico, infatti, ChatGPT non è vincolato da norme legali sul segreto professionale. Le conversazioni con l’IA, ha spiegato Altman, potrebbero diventare accessibili in sede giudiziaria qualora richieste da un tribunale, rendendo vulnerabile la riservatezza di chi cerca conforto digitale. “È un grosso problema”, ha ammesso il numero uno di OpenAI, sottolineando come l’utente debba essere pienamente consapevole dei rischi di utilizzo in ambiti così delicati.
Il fenomeno dell’uso terapeutico – o pseudo-terapeutico – di ChatGPT è particolarmente diffuso tra i più giovani, che sempre più spesso si rivolgono al chatbot per questioni personali, sentimentali o esistenziali. Tuttavia, questo utilizzo improprio può generare dipendenza emotiva, isolamento e una progressiva sostituzione del confronto umano con un’interazione asettica e automatica. Alcune ricerche, tra cui studi congiunti tra OpenAI e MIT Media Lab, hanno messo in luce come l’uso reiterato dell’IA per il supporto emotivo sia correlato a una maggiore sensazione di solitudine.
La situazione si fa ancora più preoccupante quando l’intelligenza artificiale entra in contatto con utenti affetti da disturbi psicologici reali. Alcuni terapeuti hanno segnalato casi in cui persone con Disturbo Ossessivo-Compulsivo hanno trovato nel chatbot un canale costante per ottenere rassicurazioni, alimentando involontariamente il ciclo compulsivo. Ancora più allarmanti sono i rari episodi di quella che alcuni media internazionali hanno definito “ChatGPT psychosis”, ovvero forme di delirio in cui gli utenti iniziano a credere che il chatbot sia cosciente, o che invii messaggi segreti e criptici attraverso le risposte.
Sam Altman ha riconosciuto che la società sta lavorando per comprendere e mitigare questi fenomeni, ma ha anche sollecitato una riflessione più ampia sulle norme e sulla regolamentazione dell’uso dell’intelligenza artificiale nel campo della salute mentale. Il CEO di OpenAI ha infatti ribadito la necessità urgente di un quadro legale chiaro che garantisca agli utenti un livello di privacy e tutela paragonabile a quello offerto da uno psicologo umano.
Foto di Gerd Altmann da Pixabay.com
