16 Ottobre 2026
Sardegna

CGIA: l’invecchiamento della popolazione frena crescita e competitività.

L’invecchiamento della popolazione non è solo una questione demografica, ma un problema economico sempre più grave, in particolare per le piccole e micro imprese. A lanciare l’allarme è l’Ufficio Studi della CGIA, che segnala un ricambio generazionale nel mercato del lavoro ormai “inceppato”, con effetti strutturali sulla crescita e sulla capacità produttiva del sistema economico italiano.

Secondo l’analisi, il numero di lavoratori che vanno in pensione supera quello dei giovani che entrano nel mercato del lavoro, creando un vuoto difficile da colmare. Per le Pmi il rischio è soprattutto operativo: la carenza di manodopera riduce la produttività, rende complicato coprire ruoli chiave e aumenta l’incertezza nei processi aziendali.

Il problema, sottolinea la CGIA, non riguarda solo la quantità di lavoratori disponibili, ma anche la qualità delle competenze. Con l’uscita dei dipendenti più anziani si perde un patrimonio di conoscenze tacite, esperienza pratica e relazioni consolidate con clienti e fornitori: un capitale umano “invisibile” nei bilanci, ma decisivo per la competitività delle imprese. Senza un passaggio generazionale strutturato, molte piccole realtà produttive rischiano di vedere svanire in pochi anni risultati costruiti in decenni.

L’invecchiamento della forza lavoro incide anche sull’innovazione. Le aziende con un’età media più elevata tendono ad adottare con maggiore lentezza nuove tecnologie e modelli organizzativi: la digitalizzazione procede a rilento, l’automazione viene rimandata e l’integrazione nelle filiere più avanzate si indebolisce. In un’economia sempre più basata su produttività e conoscenza, questo ritardo rischia di accumularsi nel tempo.

I settori più esposti sono quelli ad alta intensità di lavoro, come edilizia, logistica, facchinaggio e autotrasporto, oltre ai comparti che richiedono turni notturni. Nei cantieri, alla guida dei mezzi pesanti e in molte fabbriche, l’età media dei lavoratori è in costante aumento, mentre i giovani mostrano uno scarso interesse per queste professioni. Il risultato è una riduzione della capacità produttiva e un aumento dei costi, anche a causa di una maggiore esposizione a infortuni, problemi di salute, assenteismo e spese assicurative.

Molti comparti continuano a reggersi grazie alla manodopera straniera, ma la CGIA si interroga sulla sostenibilità di questa soluzione nel lungo periodo. Intanto, i giovani che entrano nel mercato del lavoro tendono a preferire le grandi imprese, attratti da percorsi di carriera più strutturati, maggiori tutele, opportunità di formazione e un miglior equilibrio tra vita e lavoro.

Dopo la pandemia, pesano anche fattori culturali: welfare aziendale, flessibilità, smart working, attenzione a sostenibilità e inclusione sono diventati elementi centrali nelle scelte occupazionali delle nuove generazioni. Le piccole imprese, spesso percepite come meno stabili e meno attrattive, rischiano così di trovarsi sempre più in difficoltà nel reclutare personale qualificato.

Secondo la CGIA, questa dinamica è destinata a rafforzarsi nei prossimi anni, rendendo sempre più complessa la sopravvivenza e la competitività delle Pmi, pilastro storico dell’economia italiana.

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