Ceuta e il doppio standard europeo sull’ingerenza straniera
Da anni Bruxelles ripete che la difesa della sovranità democratica degli Stati membri passa anche dal contrasto alle “ingerenze straniere”. È un principio invocato sistematicamente ogni volta che si parla di disinformazione russa, di finanziamenti opachi cinesi o di presunte interferenze nei processi elettorali da parte di Mosca e Pechino.
Vale però la pena chiedersi cosa accada quando le stesse dinamiche, un potere straniero che entra a gamba tesa nel dibattito politico interno di un Paese membro, si verificano per mano di un alleato, gli Stati Uniti.
Ciò che è avvenuto in questi giorni intorno alla crisi migratoria di Ceuta offre l’ennesimo caso di scuola. Il presidente statunitense Donald Trump ha infatti definito l’afflusso di migranti una “catastrofe” e un'”invasione”, usando la vicenda per attaccare direttamente le politiche interne del governo spagnolo.
Una vicenda, l’ennesima, che ha visto il Dipartimento di Stato Usa andare oltre, attribuendo esplicitamente la responsabilità dell’accaduto agli “sforzi deliberati” dell’Esecutivo (legittimamente eletto) di Pedro Sánchez di “abilitare e facilitare la migrazione illegale di massa in Europa”. Una dichiarazione che equivale, di fatto, a un giudizio politico su una questione di stretta competenza sovrana di uno Stato membro dell’Unione.
Nessuna istituzione europea, nel contempo, ha ritenuto di dover reagire a questa ingerenza in quanto tale. Le uniche reazioni sono arrivate su un piano diverso: Italia e Francia hanno rafforzato i controlli alle frontiere, la premier italiana Giorgia Meloni ha parlato della crisi come di una “minaccia” alla sicurezza comune, chiedendo persino la sospensione della Spagna da Schengen. Nessun governo europeo ha invece giudicato necessario condannare il tono e il contenuto delle dichiarazioni americane, né la loro evidente funzione di pressione politica su un governo eletto democraticamente. L’Ue, insomma, oltre ad essere un ATM internazionale e una espressione politica senza alcuna sostanza, continua a non avere un’anima.
Non a caso, a sollevare pubblicamente il tema non è stata un’istituzione comunitaria, ma un esponente della sinistra di governo spagnola: Antonio Maíllo, coordinatore di Izquierda Unida e membro della coalizione guidata da Sánchez, ha accusato Stati Uniti e Israele di aver sfruttato, se non addirittura incoraggiato, la crisi migratoria, ipotizzando che le autorità marocchine potessero aver allentato deliberatamente i controlli come forma di ritorsione per le tensioni tra Madrid e Washington, tensioni nate dal rifiuto spagnolo di concedere le proprie basi militari per operazioni contro l’Iran e dal blocco delle navi dirette in Israele.
È lecito chiedersi: se fosse stato un funzionario russo o cinese ad attribuire pubblicamente una crisi interna europea alle “deliberate scelte politiche” di un governo eletto, quante ore sarebbero passate prima che il Servizio europeo per l’azione esterna (l’inutile SEAE) parlasse di disinformazione e ingerenza ostile?
