Cervelli in fuga, produttività a terra: ma chi assume i giovani incrementa la competitività
L’Italia invecchia, e con lei invecchiano le sue imprese. Non si tratta soltanto di una questione demografica: l’anzianità crescente della forza lavoro è diventata un ostacolo concreto alla competitività del sistema produttivo nazionale, frenando innovazione, produttività e la tanto attesa transizione digitale e verde. A fotografare la situazione sono le ultime analisi di Unioncamere e del suo Centro studi Tagliacarne, elaborate su dati originali e fonti istituzionali.
I numeri sono eloquenti. Le imprese capaci di attrarre e trattenere lavoratori under 35 registrano un incremento di produttività del +7,2% rispetto alle altre. I dati Istat confermano il trend: le aziende con una forza lavoro più giovane crescono più velocemente, con fatturato e occupazione superiori di 1,5 punti percentuali.
A pesare è soprattutto la correlazione tra età media degli occupati e propensione all’innovazione. Secondo le stime, la spinta a innovare i processi aziendali cresce fino a 36 anni di età media della forza lavoro, mentre quella all’innovazione di prodotto raggiunge il picco a 42 anni, per poi calare in modo marcato. Il problema è che, con la composizione attuale della forza lavoro italiana, ben il 60% delle imprese ha già superato quella soglia critica.
In questo quadro, il fenomeno della cosiddetta “fuga di cervelli” assume una dimensione economica precisa. Rimpatriare soltanto la metà dei giovani italiani emigrati all’estero genererebbe un beneficio stimato in 12 miliardi di euro, equivalente a circa mezzo punto di Pil. Una leva potente, ancora in gran parte inutilizzata.
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