Certificazioni linguistiche, un ostacolo alla mobilità accademica: Bruxelles scarica (come sempre) la responsabilità sugli Stati
La crescente offerta di corsi universitari in lingua inglese in Europa rischia di trasformarsi in un paradosso per la mobilità accademica. Sempre più atenei propongono lauree triennali interamente in inglese, ma per accedervi – e ancor più per proseguire con una laurea magistrale – agli studenti non madrelingua viene richiesto il possesso di costose certificazioni linguistiche internazionali, valide solo due anni.
Il problema, sollevato dall’eurodeputato Sandro Ruotolo (S&D) in un’interrogazione alla Commissione europea, riguarda soprattutto i laureati che hanno già completato un intero percorso di studi in inglese. Nonostante abbiano seguito corsi, sostenuto esami e conseguito un titolo accademico in quella lingua, molti atenei europei chiedono comunque una nuova certificazione per l’accesso alla magistrale, anche quando si tratta dello stesso percorso formativo. Il risultato è che gli studenti sono costretti a ripetere test generici e a sostenere nuovamente spese significative.
Secondo Ruotolo, questa pratica rappresenta una barriera ingiustificata alla libera circolazione degli studenti, contrasta con gli obiettivi dell’Unione di promuovere una mobilità accademica equa e penalizza in particolare chi proviene da contesti socio-economici svantaggiati.
Nella risposta ufficiale, la vicepresidente esecutiva dell’Esecutivo europeo, Roxana Mînzatu, ha dichiarato che “la Commissione riconosce l’importanza della mobilità studentesca, ma ribadisce che i requisiti di ammissione, incluse le certificazioni linguistiche, rientrano nelle competenze nazionali”.
Come rimarcato dall’esponente della “Commissione di Ursula”, in base all’articolo 165 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, l’organizzazione dei sistemi educativi spetta agli Stati membri e, di conseguenza, le università godono di ampia autonomia nel definire i criteri di accesso, purché conformi al diritto dell’Ue.
Bruxelles chiarisce dunque che gli atenei possono legittimamente richiedere la dimostrazione della competenza linguistica per l’iscrizione a corsi in inglese, anche attraverso certificazioni formali. Allo stesso modo, il riconoscimento dei titoli di studio resta principalmente una prerogativa delle autorità nazionali, mentre il ruolo della Commissione si limita a promuovere strumenti non vincolanti e buone pratiche.
In sostanza, Bruxelles evita di intervenire direttamente su una pratica che molti studenti considerano discriminatoria e onerosa. La conseguenza è che, nonostante la retorica sull’Europa della conoscenza e sulla mobilità senza barriere, dell’Ue della “libera circolazione”, l’accesso ai percorsi accademici in lingua inglese continua a dipendere da certificazioni a pagamento, con costi e scadenze che rischiano di trasformarsi in un ostacolo concreto alla reale libera circolazione degli studenti all’interno dell’Unione.
foto comunicato stampa
