Centri di detenzione alla frontiera turca. Abusi, rimpatri forzati… e fondi UE.
Le condizioni nei centri di detenzione per migranti lungo la frontiera turca tornano sotto i riflettori del Parlamento europeo. La deputata Mélissa Camara (Verts/ALE) ha presentato un’interrogazione alla Commissione dopo le numerose testimonianze e i report che denunciano trattamenti degradanti, violazioni sistematiche dei diritti umani e casi documentati di rimpatri forzati verso la Siria e altri Paesi, in aperta violazione del principio di non-refoulement sancito dal diritto internazionale e dalla Carta dei diritti fondamentali dell’UE.
Le preoccupazioni non riguardano solo gli abusi, ma anche l’opacità che circonda queste strutture: organizzazioni indipendenti, ONG e perfino rappresentanti eletti incontrano enormi difficoltà ad accedere ai centri, alcuni dei quali parzialmente finanziati con fondi europei nel quadro della cooperazione UE-Turchia. Una mancanza di trasparenza (chi lo avrebbe mai detto pensando all’Ue) che alimenta interrogativi sull’effettivo utilizzo del denaro pubblico e sul rispetto dei diritti fondamentali delle persone detenute.
La risposta della Commissione: “Siamo a conoscenza delle accuse, controlli rafforzati dal 2024”.
Nella replica del 28 novembre 2025, la commissaria Kos ha riconosciuto che Bruxelles è “consapevole delle accuse di abusi” e dei casi di rimpatri forzati alla frontiera turca. La Commissione – che continua a foraggiare con la cooperazione internazionale tali Paesi -, ha precisato che “prende queste segnalazioni molto seriamente” e ribadisce l’impegno affinché i fondi UE siano utilizzati nel rispetto degli standard internazionali e comunitari.
Dal 2016 la Commissione sostiene finanziariamente Ankara per migliorare le condizioni nei centri e facilitare l’accesso ai servizi essenziali per migranti e rifugiati. I risultati si vedono…
Formazione del personale e monitoraggio, ma l’accesso ai centri resta nelle mani di Ankara.
Bruxelles sottolinea di aver imposto che ogni progetto finanziato dall’UE rispetti rigorosi criteri in materia di diritti umani e di non-refoulement. Parallelamente, sostiene programmi di formazione per il personale dei centri di detenzione e per le istituzioni di supervisione, soprattutto in materia di diritti fondamentali e gestione delle denunce.
Rimane però un nodo irrisolto: l’accesso indipendente alle strutture. La Commissione ricorda che è prerogativa esclusiva delle autorità turche concederlo o negarlo. Insomma, l’Ue finanzia e la Turchia può tranquillamente continuare a operare in autonomia e in barba alla trasparenza. Ma – ha assicurato la Kos — “Bruxelles continuerà a dialogare con Ankara”.
Risposte della Commissione, in sintesi, che mostrano la solita “doppia tensione” e vulnerabilità verso la Turchia: da un lato c’è la necessità — politica e geografica — di cooperare con la Turchia sulla gestione dei flussi migratori; dall’altro, però non si riesce a garantire che i fondi europei non finiscano per avallare, direttamente o indirettamente, violazioni dei diritti fondamentali.
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