7 Marzo 2026
Europa

“Cecchini di Sarajevo”, il primo indagato nega tutto davanti ai pm: “Mai stato lì”.

“Non è vero nulla”. Con questa frase, ripetuta più volte, l’80enne ex camionista indagato come uno dei presunti “cecchini del weekend” attivi durante l’assedio di Sarajevo ha respinto ogni accusa davanti ai magistrati di Milano. Interrogato per poco più di un’ora, l’uomo ha negato ogni addebito, arrivando a sostenere di non essere mai stato nella capitale bosniaca.

Il pensionato, residente in provincia di Pordenone, ha preferito non rilasciare dichiarazioni ai cronisti. Nei giorni scorsi, in interviste alla stampa locale, aveva però spiegato di aver frequentato la Bosnia solo per ragioni di lavoro e che alcuni suoi racconti sarebbero stati “ingigantiti” dai testimoni.

L’inchiesta milanese, coordinata dal pm Alessandro Gobbis, ruota attorno a uno degli episodi più inquietanti della guerra nei Balcani: quello dei cosiddetti “turisti della guerra”, stranieri – tra cui anche italiani – che tra il 1992 e il 1996 avrebbero pagato per partecipare come cecchini al massacro di civili a Sarajevo. Il fascicolo ipotizza il reato di omicidio volontario aggravato da crudeltà e motivi abbietti.

Le indagini hanno preso impulso dall’esposto del giornalista Ezio Gavazzeni e dal docufilm “Sarajevo Safari” del regista sloveno Miran Zupanič, che nel 2022 raccolse testimonianze su gruppi di occidentali reclutati per “battute di caccia umana” dai palazzi del quartiere di Grbavica. Secondo alcune ricostruzioni, dall’Italia – in particolare dall’area di Magenta, nell’hinterland milanese – sarebbero partiti pullman diretti verso la Bosnia, con il coinvolgimento di ambienti neofascisti e di reti logistiche ancora da chiarire.

Testimoni citati nel documentario di Zupanič parlano di americani, canadesi, russi e italiani giunti a Belgrado per poi raggiungere Pale, roccaforte serba alle porte di Sarajevo. “Reporter e abitanti della città sapevano già allora di questi cecchini paganti”, ha ricordato il giornalista Luca Leone, autore di un libro sull’assedio.

Ora la procura punta a dare nomi e volti a quei presunti “turisti armati”. Un capitolo oscuro che, a trent’anni dai fatti, potrebbe finalmente uscire dall’ombra.

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