8 Marzo 2026
CulturaSardegna

Capitale Italiana della Cultura 2028: 25 città in gara, ma la Sardegna resta (ancora una volta) alla finestra.

Venticinque città italiane si sono messe in gioco per conquistare il titolo di Capitale Italiana della Cultura 2028, rispondendo all’avviso pubblico del Ministero della Cultura. Da Ancona a Catania, da Forlì a Vieste, passando per piccoli centri e unioni comunali, il Paese mostra vitalità, ambizione e la voglia di investire nella cultura come leva di sviluppo.

Ma la Sardegna? Assente, come al solito. Nessuna città sarda – come di consueto – ha presentato la propria candidatura. Nessun progetto, nessuna visione, nessuna volontà di confrontarsi su scala nazionale. Eppure, da anni, sindaci e assessori sardi non perdono occasione per ribadire – con tono perentorio – l’unicità della cultura isolana, il valore “inestimabile della nostra identità” e l’importanza del “territorio”. Poi, però, quando si tratta di dimostrare tutto questo fuori dai confini del proprio municipio, preferiscono rimanere nel comfort delle sagre fotocopia, delle “invasioni” gastronomiche e delle iniziative targate con fondi regionali, spesso autoreferenziali e poco incisive in termini di sviluppo delle aree rurali o, meglio, delle cosiddette sedi disagiate e disagiatissime della Sardegna.

Partecipare a un bando nazionale – andrebbe ricordato ai comuni che si accontentano degli stanziamenti diretti di “Ale e soci” e della sempre più inutile programmazione territoriale isolana – significa mettersi in discussione, elaborare una visione strategica, coinvolgere attivamente comunità, operatori culturali, imprese. Ma implica anche lavorare sodo, coordinarsi, uscire dalla logica del finanziamento facile e del contributo a pioggia. Troppo scomodo? Forse. Più semplice lamentarsi dell’insularità, del centralismo continentale, della scarsa attenzione di Roma.

Intanto, anche piccoli centri come Pieve di Soligo, Mirabella Eclano o Sala Consilina dimostrano che si può – e si deve – puntare in alto. La Sardegna, invece, si autoesclude ancora una volta da una grande occasione per farsi conoscere, attrarre risorse, attivare reti culturali vere.

Chi si accontenta di recitare la parte del “gioiello nascosto” rischia di restare nascosto per davvero.