15 Ottobre 2026
Europa

Capire la guerra in Sudan: la tragedia umana al centro di un conflitto geopolitico.

La promessa di una transizione democratica in Sudan, dopo la caduta di Omar al-Bashir nel 2019, è naufragata. La rivalità tra le Forze armate sudanesi (SAF) e le Forze di supporto rapido (RSF) ha fatto precipitare il Paese in una guerra civile iniziata nell’aprile 2023 e ancora oggi senza via d’uscita.

Il conflitto, come noto a pochi, ha prodotto una mappa di potere frammentata, con amministrazioni parallele, regioni sotto controllo di milizie rivali e tensioni etniche esasperate. La nomina di un premier civile da parte del governo riconosciuto a Port Sudan, ancora, non ha impedito lo stallo istituzionale né l’erosione della sovranità nazionale.

Una crisi umanitaria immensa.

Il prezzo pagato dai civili è devastante. Secondo stime internazionali – ricordate in un recente lavoro di indagine di Eric Pichon -, sono circa 15 milioni gli sfollati (3,5 milioni dei quali fuggiti nei Paesi vicini) 30 milioni le persone in necessità urgente di aiuto umanitario e 25 milioni a rischio di fame acuta.

Il conflitto, inoltre, è segnato da violazioni sistematiche dei diritti umani: omicidi mirati, violenze sessuali di massa, reclutamento di bambini soldato, attacchi contro operatori umanitari e ospedali e la fame viene usata come arma, mentre l’accesso agli aiuti è ostacolato da entrambe le parti.

Una guerra che travolge la regione.

La guerra sudanese ha ripercussioni sull’intero Corno d’Africa, già fragile. Paesi vicini come Ciad, Etiopia e Sud Sudan sono allertati da nuovi flussi di rifugiati e instabilità ai confini.

Sul terreno e dietro le quinte, come spesso capita, agiscono attori regionali e globali, spesso con interessi strategici diversi: Egitto, Arabia Saudita e Turchia tendono a sostenere le SAF, gli Emirati Arabi Uniti e le milizie regionali appoggiano invece le RSF. Russia e Cina, ancora, perseguono interessi economico-militari, dal controllo delle risorse al porto strategico sul Mar Rosso.

Diplomazia frammentata e cauto ottimismo.

Dal 2023 si sono susseguite iniziative di mediazione — dagli incontri di Jeddah alle conferenze di Ginevra, Londra e New York — con risultati limitati.

Un accordo-quadro annunciato il 12 settembre 2025 dal cosiddetto Quad (USA, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto) ha riacceso un cauto ottimismo con la previsione di una tregua umanitaria di tre mesi e un percorso politico verso un governo civile entro nove mesi. Ma l’adesione resta incerta: le SAF hanno respinto il testo, mentre le RSF si sono limitate a un consenso parziale.

La risposta dell’Unione europea.

L’UE ha destinato oltre €500 milioni di aiuti umanitari nel 2024-2025 per sostenere sfollati e rifugiati, attivato corridoi logistici d’emergenza e sospeso i programmi di cooperazione tradizionale. Bruxelles ha poi imposto sanzioni mirate a leader militari e società coinvolte nel conflitto e sostiene le iniziative diplomatiche guidate da ONU, UA e IGAD.

Il Parlamento europeo, ancora, ha chiesto misure più incisive, tra cui l’estensione dell’embargo ONU sulle armi a tutto il Sudan, sanzioni contro i principali responsabili, incluso il leader RSF Hemedti e il sostegno alle indagini della Corte penale internazionale e della Missione ONU sui fatti in Sudan.

foto Jaroslav Šmahel da Pixabay.com