Cagliari, il commercio locale vive una crisi strutturale: per i centri storici serve una cura data-driven.
Il commercio di prossimità non sta attraversando una semplice fase di rallentamento congiunturale: è dentro una trasformazione profonda che riguarda abitudini di consumo, demografia, mobilità e rivoluzione digitale. È questo il messaggio centrale emerso dall’incontro organizzato a Cagliari da Confcommercio Sud Sardegna, nel quale è stato tracciato un quadro aggiornato sullo stato di salute dei centri storici e sulle possibili strategie di rilancio.
I tre shock che stanno cambiando il volto delle città.
I dati raccontano un sistema economico che regge solo in apparenza. Le vendite al dettaglio risultano “stabili in valore ma deboli in volume”, segnale di un mercato che non cresce davvero e seleziona gli operatori. Intanto l’e-commerce continua a erodere quote: nel 2025 gli acquisti online in Italia supereranno i 62 miliardi di euro, pari a oltre l’11% dei consumi retail di prodotto. A questo si aggiunge la desertificazione commerciale di molte vie urbane, con vetrine vuote e servizi di quartiere sempre più rari.
Sul fronte demografico il paradosso è evidente: aumentano le famiglie ma diminuiscono i residenti. I nuclei sono più numerosi e più piccoli – in media 1,89 componenti contro i 2,39 di vent’anni fa – e cresce la quota di anziani e di abitazioni usate come seconde case o per finalità turistiche. Ne deriva una domanda quotidiana più debole e intermittente.
Dal negozio-punto vendita al negozio-esperienza.
La trasformazione non è solo economica ma culturale. Il negozio non è più soltanto un luogo d’acquisto, ma uno spazio di relazione e servizio. I flussi pedonali spontanei sono quasi scomparsi: in centro si va “per qualcosa”, non per caso. La competizione non è più tra vie ma tra canali – fisico, online, marketplace – e tra polarità urbane, con i parchi commerciali capaci di attrarre tempo libero e spesa.
Le leve per invertire la rotta.
Per evitare che i centri storici diventino solo cartoline, occorre restituire loro funzione economica e sociale. Le parole chiave sono quattro: residenzialità, accessibilità, mix commerciale e ibridazione fisico-digitale. Servono case e servizi per riportare domanda stabile; Ztl intelligenti e logistica dell’ultimo miglio; un equilibrio tra ristorazione e negozi-servizio; strumenti come click&collect, vetrine digitali e reputazione online.
Tra i rischi più evidenti c’è la “monocultura” fatta di minimarket, souvenir e attività mordi-e-fuggi, spesso di bassa qualità e poco integrate con il contesto, con effetti negativi su decoro e convivenza con i residenti. Da qui la proposta di fissare perimetri di interesse pubblico che tutelino legalità, qualità del lavoro e radicamento economico.
Una cassetta degli attrezzi per le amministrazioni.
Le soluzioni indicate spaziano dalle regole sul decoro e sull’uso del suolo all’urbanistica commerciale con limiti alle concentrazioni merceologiche; dai controlli su subaffitti e prestanome alle politiche di sostegno all’innovazione di bottega. Centrale è il tema degli immobili: patti anti-sfitto, canoni sostenibili, incentivi a locazioni stabili e al riuso dei locali troppo piccoli o inefficienti.
Un approccio data-driven per decidere.
La vera novità proposta è un sistema di monitoraggio condiviso per Cagliari e per i suoi quartieri storici – Castello, Marina, Stampace, Villanova – basato su dieci indicatori: residenti, presenze turistiche, tempi di accesso, turnover delle imprese, tasso di sfitto, passaggi pedonali, spesa, percezione di sicurezza. Un “cruscotto semestrale” tra Comune, FIPE, Confcommercio e Camera di commercio per valutare ex post l’efficacia delle misure. Ma, visto il 3° mandato dell’attuale sindaco di Cagliari, la speranza che ci possa essere una tale sensibilità per la creazione di un osservatorio cittadino per il turismo è sempre più remota.
La sfida è chiara: competere sulla qualità della vita urbana. Solo decisioni capaci di aumentare passaggi, permanenza e spesa potranno riportare ossigeno al commercio locale. Essere davvero data-driven, è la conclusione, significa trasformare le informazioni in scelte coerenti e misurabili, abbandonando nostalgia e improvvisazione per costruire città nuovamente abitate, accessibili e vitali.
foto Sardegnagol
