16 Ottobre 2026
Erasmus+Europa

Bruxelles predica il “mainstreaming giovanile” ma i fondi europei continuano a finire in progetti a scarso impatto

A Strasburgo il Parlamento europeo ha appena approvato, con 477 voti favorevoli, 124 contrari e 66 astensioni, una risoluzione che chiede a Commissione e Stati membri di sviluppare il cosiddetto “mainstreaming giovanile”: consultazione sistematica dei giovani, integrazione delle loro opinioni in ogni fase decisionale, introduzione di “youth checks” lungo l’intero ciclo delle politiche pubbliche.

I giovani, si legge nel testo, “non devono più essere trattati come semplici beneficiari, ma come attori attivi nella definizione delle politiche su casa, salute mentale, istruzione, partecipazione democratica, cultura e digitale”.

Belle parole. Il problema è che, scendendo dal piano nobile della retorica istituzionale a quello, molto più prosaico, della spesa reale dei fondi europei per la gioventù, il quadro che emerge racconta tutt’altra storia.

Erasmus+ Gioventù e Corpo europeo di solidarietà (ESC) , i due principali strumenti attraverso cui l’UE dovrebbe tradurre in pratica il coinvolgimento giovanile , restano da anni sempre più appannaggio di organizzazioni strutturate: soggetti che hanno imparato a padroneggiare bandi, rendicontazioni e burocrazia progettuale, non necessariamente a produrre impatto reale sui territori.

Il risultato è una sovrapproduzione di quelli che, con una punta di sarcasmo ormai diffusa tra gli addetti ai lavori, si potrebbero definire “programmi da flipchart edulcorata”: workshop, scambi giovanili e progetti di volontariato che si assomigliano tutti, ripetono gli stessi format, producono gli stessi report patinati pieni di post-it colorati e foto di gruppo e lasciano il nulla dietro di sé una volta chiuso il finanziamento.

Non è un’impressione isolata. Basta guardarsi intorno per l’Europa e imbattersi nella miriade di progetti finanziati che, a consuntivo, non hanno inciso in alcun modo sulle condizioni reali dei giovani coinvolti né tantomeno sulle comunità di riferimento, a fronte di una spesa complessiva che si conta in miliardi di euro nell’arco della programmazione pluriennale.

A questo si aggiungono, non episodicamente, scandali sull’utilizzo delle risorse e più di un caso di gestione opaca, che hanno investito negli anni diverse Agenzie Nazionali , gli enti a cui gli Stati membri delegano la gestione operativa dei fondi Erasmus+ ed ESC sul territorio.

Ed è qui che il divario tra proclami e prassi si fa più stridente. Perché mentre il Parlamento europeo chiede di dare ai giovani “un ruolo attivo” nella definizione delle politiche, le stesse organizzazioni giovanili si trovano, nei fatti, prive di un reale potere di replica nei confronti delle decisioni assunte dalle Agenzie Nazionali: pochissimi meccanismi di ricorso, scarsissima trasparenza sui criteri di selezione dei progetti finanziati, e una distanza siderale tra chi siede nei board decisionali e chi, sul campo, dovrebbe essere il destinatario ultimo di queste politiche. E, in alcune realtà europee, il Mediatore europeo non può neanche intervenire sulle discriminazioni operati dai valutatori delle Agenzie Nazionali europee, come ricorda anche il caso italiano.

Il rischio, denunciato da tempo da chi opera nel settore ma raramente raccolto nei documenti ufficiali di Bruxelles, è che il “mainstreaming giovanile” resti un esercizio di stile parlamentare . Un altro voto, un’altra risoluzione, un’altra strategia settennale, mentre la macchina della spesa continua a girare a vuoto, alimentando un ecosistema di organizzazioni professionalizzate nella caccia al bando piuttosto che nella costruzione di impatto reale.

Fino a quando gli “youth checks” annunciati non si tradurranno in una rivoluzione (e forse anche pulizia sui meccanismi interni alle agenzie nazionali per la giovnetù in Europa), il sospetto è che il “sostegno alla gioventù europea” resti, ancora una volta, più oggetto di narrazione istituzionale che reale protagonista delle decisioni che la riguardano.

foto copyright Parlamento europeo Sebastien Pirlet 2021