Bruxelles e Budapest, il disgelo (lobbistico) è servito
Il 17 e 18 aprile, una delegazione di alto livello della Commissione europea si è recata a Budapest per una serie di incontri tecnici con i rappresentanti del nuovo governo ungherese guidato da Péter Magyar. Ufficialmente, si tratta di “riunioni pratiche” per discutere lo sblocco dei fondi europei destinati all’Ungheria, congelati da Bruxelles a causa di preoccupazioni legate alla corruzione e allo stato di diritto.
Peccato che la stessa Commissione, quella che festeggiò la sconfitta di Orbán con entusiasmo appena diciassette minuti dopo l’annuncio dei risultati elettorali, oggi si affretti a presentare l’apertura verso Budapest come una scelta tecnica e neutrale. Tutto normale, tutto trasparente. Come sempre.
Il solito copione. Si riapre la borsa per un Paese con un “nemico in meno”.
La narrativa ufficiale è impeccabile: i contatti sarebbero stati organizzati su impulso diretto della presidente von der Leyen e del premier designato Magyar, con l’obiettivo dichiarato di “avviare i lavori su diversi temi urgenti”. Il comunicato della Commissione assicura che si tratta di un’occasione per “fare progressi concreti” e che “il lavoro necessario continuerà”.
Eppure, a chi conosce i meccanismi di Bruxelles, la sequenza degli eventi evoca schemi già visti. Le porte delle istituzioni europee, quelle stesse porte che per anni si erano socchiuse solo per fare pressione su Orbán, si riaprono con una rapidità che lascia qualche dubbio. Non tanto sulle intenzioni di Magyar, che dovrà dimostrare sul campo la discontinuità promessa, quanto sui metodi di una Commissione che ha trasformato la gestione dei fondi europei in uno strumento di pressione politica e che ora, con la stessa disinvoltura, potrebbe trasformarlo in uno strumento di riconciliazione.
I fondi congelati e la realpolitik europea.
Al centro delle discussioni ci sono i miliardi di euro destinati all’Ungheria e bloccati da anni a causa di procedure d’infrazione legate a corruzione e deficit democratici. Una partita enorme, che interessa non solo Budapest ma anche le lobby finanziarie, industriali e infrastrutturali che gravitano intorno ai fondi di coesione europei.
È qui che si annida il vero nodo: ogni accordo tecnico, ogni “progress” sulla road map dei fondi , porta con sé una catena di interessi economici che poco hanno a che fare con i valori fondanti dell’Unione. La trasparenza, il rispetto dello stato di diritto, la lotta alla corruzione rischiano di diventare variabili dipendenti dalla convenienza politica del momento.
Chi paga il conto?
La domanda che Bruxelles non ama sentirsi fare è semplice: a quali condizioni verranno sbloccati i fondi? E chi vigilerà sull’effettivo rispetto di quelle condizioni?
La storia recente insegna che le “rassicurazioni tecniche” ottenute in questi tavoli raramente reggono alla prova del tempo. E che, quando i soldi tornano a scorrere, la pressione per il rispetto delle riforme tende a scemare molto più velocemente dei fondi stessi.
Il disgelo tra Budapest e Bruxelles potrà anche essere una buona notizia per l’Ungheria e per l’Unione. Ma raccontarlo come un fatto puramente tecnico, senza nominare i meccanismi di potere e gli interessi che lo accompagnano, sarebbe, come sempre, fare un favore a qualcuno. Non certo ai cittadini europei.
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