Black Friday, il nuovo rapporto di Greenpeace accende i riflettori su Shein: “Sostanze chimiche pericolose in un terzo dei capi”.
A pochi giorni dal Black Friday, Greenpeace Germania torna a puntare il dito contro Shein. L’ultima indagine dell’organizzazione ambientalista rivela che uno su tre dei 56 capi analizzati contiene sostanze chimiche vietate o oltre i limiti stabiliti dalla normativa europea REACH, incluse diverse linee dedicate ai bambini. Tre anni dopo la precedente inchiesta, il quadro tracciato dallo studio “Shame on you, Shein!” indica che le promesse del colosso cinese del fast fashion non si sono tradotte in miglioramenti concreti.
Nei prodotti testati sono stati individuati plastificanti ftalati e PFAS, i cosiddetti “inquinanti eterni”, utilizzati per rendere i tessuti idrorepellenti e antimacchia. Composti associati a tumori, disturbi ormonali, problemi di fertilità e indebolimento del sistema immunitario, rappresentano un rischio sia per gli operai coinvolti nella produzione sia per l’ambiente, oltre che per i consumatori: possono entrare in contatto con la pelle, essere inalati tramite le microfibre e contribuire all’inquinamento di acque e terreni una volta che gli indumenti vengono lavati o smaltiti.
Greenpeace ricorda che già nel 2022 Shein era stata richiamata per la presenza di sostanze pericolose in alcuni articoli poi ritirati dal mercato. Nonostante gli impegni ufficiali, molti prodotti oggi risultano quasi identici a quelli contestati allora, con gli stessi composti nocivi. “Shein incarna un sistema malato basato su sovrapproduzione e inquinamento”, denuncia Moritz Jäger-Roschko, esperto di economia circolare. “L’azienda continua a mettere in commercio abiti contaminati: è l’ennesima prova che l’autoregolamentazione non funziona. Servono leggi vincolanti contro il fast fashion”.
Il report sottolinea anche la portata del fenomeno. Shein è oggi il sito di moda più visitato al mondo, con 363 milioni di accessi al mese, una gamma di oltre mezzo milione di modelli — 20 volte quella di H&M — e un fatturato salito da 23 a 38 miliardi di dollari tra il 2022 e il 2024. Una crescita accompagnata da un’esplosione delle emissioni e da un uso massiccio di poliestere, fibra derivata dal petrolio che rappresenta l’82% dei materiali impiegati. A ciò si aggiungono multe milionarie, accuse di elusione doganale e reiterate violazioni delle norme ambientali e di tutela dei consumatori.
Per Greenpeace, la risposta deve essere normativa. L’organizzazione cita l’esempio della Francia, che ha introdotto una tassa sul fast fashion, vietato la pubblicità della moda ultraveloce anche sui social e promosso una filiera tessile circolare. Misure analoghe, sostiene, potrebbero frenare la sovrapproduzione e ridurre l’impatto globale dell’industria.
Oltre a una legge mirata, Greenpeace chiede di applicare in modo pieno e uniforme la legislazione europea sulle sostanze chimiche anche ai prodotti venduti online, rendendo le piattaforme responsabili delle violazioni e autorizzando le autorità a sospenderle in caso di inosservanze ripetute. “Solo una regolamentazione chiara e stringente — conclude l’organizzazione — può tutelare davvero la salute dei consumatori e proteggere gli ecosistemi già messi sotto pressione dal modello del fast fashion”.
foto Greenpeace
